È partito il 25 febbraio dal Duke of George di Fremantle, nell’area di Perth. Poi Sydney, Brisbane, Auckland, Wellington, Picton, Christchurch, Alexandra, Canberra. Chiusura il 14 marzo al Paris Cat Jazz Club di Melbourne. Dieci concerti tra Australia e Nuova Zelanda per chiudere un tour iniziato lo scorso autunno e rinviato in parte per problemi di salute.
Oggi, giovedì 26 febbraio sarà a Sydney, all’Istituto Italiano di Cultura, con Mediterramìa, il progetto che più di ogni altro racconta la sua identità musicale.
Per Luca Ciarla non è una novità tornare in Australia. “Credo sia la quinta o la sesta volta che torno qui. È un paese che conosco abbastanza e che mi piace tanto. C’è un livello musicale molto alto”.
È arrivato da pochi giorni e racconta di aver sentito, nella notte, “suoni strani fuori dalla finestra, animali strani”. Sorride: “È una bella sensazione. Ti ricorda che sei dall’altra parte del mondo”.
Ma sul palco non propone un concerto di violino tradizionale. Ciarla costruisce quella che chiama la sua “solOrkestra”: usa una loop machine per registrare in tempo reale, sovrappone linee di basso, armonie, ritmi. Il violino diventa percussione, contrabbasso, chitarra. A volte canta, a volte fischia, a volte inserisce strumenti giocattolo.
“La loop machine è una macchina infernale - scherza -. Ti permette di registrare dal vivo, sul momento. È come uno specchio sonoro continuo”. L’ha scoperta una decina d’anni fa, quasi per gioco: “L’ho presa in prestito da un collega per provarla… non l’ho più restituita”.
Dietro questa libertà c’è una formazione rigorosa. Studi classici in conservatorio, laurea in violino, perfezionamento orchestrale. Il jazz arriva presto. “Ho iniziato a improvvisare quando avevo 12 anni. Mi colpì tantissimo Keith Jarrett”. E negli anni Novanta si trasferisce negli Stati Uniti: master, dottorato, tre anni di insegnamento universitario in Arizona.
“Sono stati anni importanti. Ho studiato tantissimo, mi sono messo in discussione”.
Il suo percorso non è stato lineare. “Mi dicevano: lascia il jazz e fai solo classica, oppure lascia la classica e fai solo jazz. Ma io non volevo scegliere”.
È cresciuto in una famiglia dove si ascoltava di tutto “da Bach ai Beatles, dalle canzoni napoletane alla musica indiana”. A 18 anni suonava in un gruppo di musica folk arbëreshë, con sonorità balcaniche. “Ho preferito tenere tutti i miei amori musicali e farli confluire nel mio linguaggio”.
Da qui nasce Mediterramìa, il progetto che presenterà anche a Sydney. Un lavoro nato durante il Covid-19, quasi per necessità. “Mi chiesero di registrare dei concerti in video. All’inizio non ero convinto. Poi ho pensato: se il pubblico non c’è, rendiamoli più visivi”.
La svolta arriva alle Isole Tremiti, davanti alla costa molisana. “Ho proposto di registrare lì. Sono rimasto quattro o cinque giorni. È stata una vacanza-lavoro. Lì è nato Mediterramìa”. In uno dei brani si sente il mare. Non in senso metaforico: il mare vero.
Il programma unisce composizioni originali e arrangiamenti della tradizione italiana, filtrati attraverso improvvisazione e stratificazione sonora. Nelle altre tappe del tour il repertorio varia - nei jazz club porta un progetto più orientato appunto al jazz - ma la cifra resta la stessa: attraversare i linguaggi senza appartenenze rigide.
“Quando si ama la musica tanto è difficile scegliere - dice -. Mi piace tutto”.
E guarda avanti: “Mi auguro un futuro con meno generi e più personalità”.
Dopo Australia e Nuova Zelanda, tornerà probabilmente nel 2027 con un ensemble molisano, grazie a un progetto sostenuto dal Ministero della Cultura che prevede otto tour internazionali.
Per ora, però, l’appuntamento è proprio oggi, giovedì, qui a Sydney. Con un violino che non sta mai fermo, che si moltiplica, che ogni volta si mette in discussione.
E con il Mediterraneo che, per una sera, arriva fino al Pacifico.