WASHINGTON - La settimana prossima, la leader dell’opposizione María Corina Machado volerà negli Stati Uniti per incontrare Donald Trump, in quello che molti analisti definiscono l’ultimo tentativo di convincere il tycoon di essere la figura giusta per guidare la transizione nel Paese. Lo stesso Trump, durante un’intervista a Fox News, ha confermato l’appuntamento: “Non vedo l’ora di salutarla”.
Al centro della strategia di Machado c’è un gesto simbolico di enorme portata: la 58enne sarebbe pronta a consegnare a Trump il suo Premio Nobel per la Pace. Fonti vicine all’amministrazione Usa, infatti, hanno rivelato al Washington Post che Trump sarebbe rimasto indispettito dall’accettazione del premio da parte di Machado. “Se lo avesse rifiutato dicendo che spettava a Donald Trump, oggi sarebbe lei la presidente”, ha confidato una fonte.
Intervenendo alla trasmissione Hannity, Machado ha elogiato la “coraggiosa missione” di Trump in Venezuela, preparando il terreno per il passaggio di mano della medaglia di Oslo, un gesto che il presidente statunitense ha già definito “un grande onore”.
Dopo il raid del 3 gennaio che ha portato alla caduta di Maduro, Trump ha sorpreso tutti virando su Delcy Rodríguez (nominata presidente ad interim) e sui vertici militari fedeli all’ex regime, mettendo di fatto l’opposizione ai margini. Secondo la Casa Bianca, Machado è “una donna gentile” ma non godrebbe del rispetto necessario all’interno del Paese, né del sostegno fondamentale delle élite militari. La decisione di collaborare con Rodríguez nasce proprio dal pragmatismo di Trump, convinto che l’opposizione tradizionale non sia in grado di garantire la stabilità immediata del Venezuela.
Il team di Machado punta ora a invertire questa percezione puntando su tre pilastri fondamentali: il ritorno fisico della leader in Venezuela per ottenerne la necessaria legittimità, il consolidamento del rapporto con Trump attraverso un riconoscimento incondizionato del suo ruolo di “liberatore” e la dimostrazione di poter dialogare efficacemente con le élite e i poteri forti del Paese che il presidente statunitense ritiene indispensabili per governare.
L’ottimismo del partito di Machado, Vente Venezuela, si basa anche sulla nota propensione di Trump a cambiare idea: l’esempio recente è il presidente colombiano Gustavo Petro, con il quale il tycoon ha appianato mesi di tensioni dopo una singola telefonata.
Mentre la Casa Bianca frena sull’ipotesi di nuove elezioni immediate, definendole “premature”, Machado trova solidi alleati tra i repubblicani della Florida. Legislatori come Carlos Giménez, Mario Díaz-Balart e María Salazar spingono affinché Trump torni a sostenere l’opposizione liberale.
Per questi deputati, la questione è anche elettorale: la numerosa comunità statunitense-venezuelana di Miami considera inaccettabile che il potere resti nelle mani di figure come Rodríguez, legate a doppio filo al passato chavismo. Se Machado non dovesse ottenere il rispetto di Trump, il rischio di un forte malumore tra gli elettori anti-Maduro della diaspora diventerebbe concreto.