L’AVANA - Dietro la cattura di Nicolás Maduro emerge ora il bilancio di sangue di un alleato storico. Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha scosso l’opinione pubblica annunciando che nell’operazione statunitense del 3 gennaio sono rimasti uccisi 32 cittadini cubani. Non si trattava di civili, ma di militari e agenti dell’intelligence, caduti nel tentativo di difendere il leader venezuelano. 

Díaz-Canel, proclamando due giorni di lutto nazionale, ha descritto i caduti come eroi che hanno opposto una “feroce resistenza” contro la Delta Force americana. Questa dichiarazione rappresenta una sorprendente ammissione pubblica: per anni, il rapporto tra Cuba e Venezuela si è basato su uno scambio tra petrolio e professionalità (medici e insegnanti), ma il blitz ha confermato che l’isola forniva a Maduro anche il suo asset più prezioso: la sicurezza personale. 

L’invio di agenti scelti dell’intelligence cubana a protezione di Maduro riflette la profonda sfiducia dell’ex leader nelle sue stesse forze armate. Per timore di un golpe interno, Maduro aveva affidato la propria vita a una cerchia ristretta di partner stranieri, trasformando la sua residenza in un bunker sorvegliato da L’Avana. 

Secondo le ricostruzioni, i soldati cubani si trovavano accanto a Maduro nel cuore di Fuerte Tiuna, il quartier generale militare di Caracas, quando è scattata l’operazione. Nonostante i protocolli di massima sicurezza - che prevedevano spostamenti continui e l’uso di stanze blindate - l’ex presidente non ha fatto in tempo a fuggire. 

La Delta Force, supportata dai dati della Cia, avrebbe passato mesi ad addestrarsi in una riproduzione esatta del rifugio di Maduro. Come ha commentato ironicamente Donald Trump, nemmeno le “porte d’acciaio” avrebbero potuto resistere alla precisione dell’attacco. Il fallimento della difesa sottolinea come l’apparato di controspionaggio cubano, pur d’élite, sia stato travolto dalla superiorità tecnologica e tattica statunitense. 

Il destino di Maduro e della sua scorta cubana sembra essere stato sigillato poco prima di Natale. Secondo il New York Times, il 23 dicembre Maduro ha rifiutato categoricamente una proposta di asilo in Turchia mediata dagli Stati Uniti. 

Quel rifiuto all’ultima offerta diplomatica di Trump ha trasformato Maduro da “bersaglio politico” a “bersaglio militare”, dando il via libera definitivo al blitz del 3 gennaio. Il prezzo di quel “no” è stato pagato non solo con la cattura del leader, ma con il sacrificio dell’unità d’élite cubana che ha tentato invano di proteggerlo.