BUENOS AIRES – Per quasi trent’anni, Augusto Rattenbach ha chiesto che venisse reso pubblico il rapporto sulle responsabilità militari nella guerra delle Malvinas, redatto da suo padre Benjamín. Una battaglia conclusa nel 2012, quando il documento fu finalmente declassificato.

Da questa vicenda familiare ha preso avvio l’intervento dell’avvocato e comunicatore Juan Augusto Rattenbach durante la Cena del Lunedì del Circolo Italiano di Buenos Aires, l’appuntamento che da 138 anni riunisce soci e personalità della cultura, dell’imprenditoria, dell’industria, della scienza e della politica argentina.

L’incontro di lunedì 2 novembre – intitolato, appunto, “Il Rapporto Rattenbach: le Isole Malvine e l’Argentina bicontinentale” – ha offerto al relatore l’occasione per ricostruire le circostanze in cui nacque il documento che, dopo la guerra del 1982 per le isole dell’Atlantico meridionale contro il Regno Unito di Margaret Thatcher, esaminò le responsabilità politiche e strategiche del conflitto della classe dirigente militare che al tempo governava il Paese.

“Dopo la pubblicazione integrale del rapporto, mio padre gli ha simbolicamente passato il testimone”, ha raccontato Juan Augusto. La sua successiva scomparsa nel 2015 ha dato ancora più peso a un impegno che il figlio aveva già cominciato a trasformare in una parte centrale della propria attività.

Dal 2014, infatti, Rattenbach lavora al Museo Malvinas e delle Isole dell’Atlantico Sud, un’esperienza che, come ha spiegato durante la serata, “ha segnato un punto di svolta nella mia vita”.

Il documento al centro del suo intervento al Circolo, fu elaborato dalla Commissione di analisi e valutazione delle responsabilità nel conflitto dell’Atlantico meridionale, istituita dalla Giunta militare dopo la guerra.

La commissione, composta da ufficiali di alto grado delle tre Forze armate e presieduta da Benjamín Rattenbach, aveva il compito di esaminare la conduzione politica e strategica del conflitto e individuare le responsabilità degli alti comandi.

La decisione di avviare un’indagine arrivò dopo la sconfitta militare e in un clima segnato dalla distanza tra la narrazione pubblica dei mesi precedenti e l’annuncio, il 15 giugno 1982, del ritiro delle truppe argentine dalle isole.

Il rapporto fu consegnato nel settembre 1983, ma la Giunta decise di classificarlo come segreto. Il documento rimase così inaccessibile per quasi trent’anni.

Tra le principali criticità individuate dalla commissione, Rattenbach ha richiamato la mancanza di una dottrina militare congiunta.

Le tre Forze armate, secondo le conclusioni del rapporto, avevano operato senza un adeguato coordinamento, come se si fosse trattato di tre conflitti distinti.

La collaborazione tra Marina e Aeronautica sarebbe stata limitata a una sola operazione congiunta. Gli errori di pianificazione, comando e coordinamento ai vertici, ha spiegato il relatore, finirono per compromettere anche gli sforzi dimostrati da ufficiali, sottufficiali e soldati di leva.

Il rapporto indicava inoltre responsabilità ai massimi livelli politici e militari e raccomandava l’applicazione delle sanzioni più severe previste dal codice di giustizia militare dell’epoca per alcuni dei responsabili, tra cui Leopoldo Galtieri e Jorge Anaya. Le successive vicende giudiziarie e politiche non portarono però all’applicazione di tutte le misure indicate.

Un passaggio particolare della serata è stato dedicato alla posizione dello stesso Benjamín Rattenbach. Il generale aveva firmato il documento in dissenso, ma, ha precisato il nipote, non perché fosse in disaccordo con le conclusioni o con l’attribuzione delle responsabilità. La sua contestazione riguardava soprattutto la forma, la struttura, la lunghezza e i tempi di elaborazione del rapporto.

Benjamín Rattenbach riteneva che il documento dovesse essere più breve e comprensibile, capace di offrire al Paese una risposta chiara su quanto era accaduto. “Avrebbe preferito una sintesi di quindici o venti pagine, leggibile anche da chi non possedeva competenze militari o conoscenze specialistiche”, ha spiegato il nipote.

La sua preoccupazione, ha ricordato Juan Augusto, era che la vicenda delle Malvinas non diventasse un argomento riservato agli esperti. “Non facciamo le Malvinas per i malvinologi. Le Malvinas sono una causa di tutti gli argentini”, era il senso della posizione che il nonno aveva cercato di sostenere.

È proprio questa dimensione collettiva che ha attraversato buona parte dell’intervento.

Rattenbach ha ricordato come la rivendicazione argentina sulle isole sia una delle poche questioni capaci di raccogliere un consenso ampio e trasversale, al di là delle differenze politiche.

Una caratteristica che, nella storia del Paese, ha avuto anche un risvolto politico: durante la dittatura militare, la causa nazionale fu utilizzata dalla Giunta per cercare sostegno e legittimazione in un momento di crescente isolamento e crisi interna. La mobilitazione popolare seguita allo sbarco del 2 aprile 1982 mostrò quanto fosse radicato il sentimento patriotico, ben chiaro a chi aveva deciso e condotto la guerra.

Quella stessa forza simbolica continua a emergere nella vita politica argentina. A questo proposito, il relatore ha citato un episodio recente che, cuando il 15 luglio 2026, dopo la vittoria per 2-1 dell’Argentina contro l’Inghilterra nella semifinale del Mondiale di calcio disputata ad Atlanta, alcuni giocatori della nazionale hanno mostrato sul campo uno striscione con la scritta “Le Malvinas sono argentine”.

L’immagine ha fatto rapidamente il giro dei media internazionali e il ministro britannico per le Imprese, Peter Kyle, ha chiesto che la Fifa aprisse un’indagine, sostenendo che la politica dovesse rimanere fuori dal torneo.

La rivendicazione delle Malvinas è stata quindi ripresa, con accenti e strategie differenti, da governi di orientamento diverso.

Anche l’attuale amministrazione di Javier Milei ha riportato il tema al centro della comunicazione istituzionale, nonostante le oscillazioni e le polemiche che avevano accompagnato alcune sue posizioni in anni precedenti, come la sua dichiarata ammirazione per Margaret Thatcher.

Nel corso della serata, Rattenbach ha richiamato l’attenzione sulla necessità di distinguere la continuità della rivendicazione nazionale dalle scelte contingenti dei governi che se ne fanno portavoce.

Per Rattenbach, la fotografia ha rappresentato un’occasione di visibilità internazionale difficilmente raggiungibile attraverso i canali diplomatici tradizionali. “La rivendicazione argentina,” ha osservato, è arrivata davanti a un pubblico mondiale, riportando al centro del dibattito una disputa che il Regno Unito considera chiusa e che l’Argentina continua invece a rivendicare sul piano politico e diplomatico”.

Il movimento Soberanos, esperimento politico legato a Gastón Douek – il consulente di comunicazione digitale detto “il signore dei troll’ per l’impiego di strumenti automatizzati e bot nella circolazione dei messaggi delle campagne politiche che amministra – ha cominciato a circolare pubblicamente sui social network il 25 maggio 2026, poche settimane prima dell’inizio del Mondiale.

Un altro asse dell’intervento ha riguardato la rappresentazione geografica dell’Argentina e il suo rapporto con l’Atlantico meridionale e l’Antartide.

Rattenbach ha ricordato la legge 26.651 del 2010, che ha reso obbligatorio l’utilizzo della carta bicontinentale in tutti i livelli del sistema educativo e la sua esposizione negli organismi pubblici nazionali e provinciali. La mappa mostra il settore antartico argentino nelle sue proporzioni reali rispetto alla parte continentale e insulare del Paese.

Secondo il relatore, questa rappresentazione comporta un cambiamento di prospettiva: “L’Argentina non si esaurisce nell’estensione tra La Quiaca, nel nord della provincia di Jujuy, e la Terra del Fuoco, ma comprende anche la proiezione antartica”.

La carta bicontinentale diventa così, nella sua lettura, una sorta di guida per immaginare il territorio e le responsabilità strategiche del Paese nel XXI secolo. Non soltanto uno strumento scolastico, dunque, ma una rappresentazione da trasmettere alle nuove generazioni, affinché la dimensione atlantica e antartica entri stabilmente nella conoscenza del territorio nazionale.

Rattenbach ha insistito sulla necessità di rendere la causa comprensibile a un pubblico più ampio. La sua proposta è quella di affiancare alla ricerca storica e agli studi specialistici strumenti pedagogici, audiovisivi e divulgativi, capaci di raccontare le Malvinas senza confinare il tema agli ambienti accademici o agli addetti ai lavori.

Un’esigenza che richiama, in fondo, la posizione di Benjamín Rattenbach sulla necessità di un rapporto breve e accessibile: una questione nazionale, nella prospettiva del relatore, deve poter essere compresa e discussa da tutta la popolazione.

La Cena del Lunedì si è così trasformata in un’occasione per ripercorrere una vicenda che intreccia storia, politica e identità nazionale e che attualmente interessa molto ai giovani argentini – soprattutto maschi – che hanno assistito numerosi all’evento del Circolo.

Tra i presenti c’era anche un veterano della guerra delle Malvinas, accompagnato dalla sua famiglia.

La sua presenza ha riportato la discussione dalla dimensione diplomatica e geopolitica a quella umana: nel conflitto del 1982 persero la vita 649 militari argentini. La maggior parte erano giovani ragazzi coscritti.

Dietro le mappe, i documenti e le rivendicazioni restano le vite spezzate, le famiglie e le conseguenze di una guerra che continua a segnare la memoria e il presente del Paese.