Dietro ogni film c’è un lavoro invisibile fatto di progettazione e attenzione scrupolosa. Mara Garanzini è una delle professioniste che costruiscono questi mondi, prima che la macchina da presa inizi a girare.
Vive a Sydney e da oltre vent’anni lavora come scenografa e set designer in produzioni cinematografiche e televisive internazionali. Il suo compito è progettare e costruire ambienti: non semplici sfondi, ma spazi credibili, dentro cui la storia può accadere.
Arriva in Australia nel 2003. Dopo la formazione a Milano, dove ha studiato scenografia all’Accademia di Belle Arti di Brera, decide di partire per migliorare l’inglese e mettersi alla prova in un contesto completamente diverso. “Sono venuta qua per fare tre mesi di corso - ricorda -. E invece non ho avuto un giorno, un momento di malinconia”.
I primi anni sono, come spesso accade a chi emigra, un periodo d’adattamento. Poi l’ingresso nel settore cinematografico australiano, che Garanzini descrive come sorprendentemente ampio e dinamico. Da piccoli lavori iniziali passa rapidamente a produzioni di scala sempre maggiore, fino a ritrovarsi dentro il meccanismo complesso dei grandi set internazionali.
Tra i progetti a cui ha lavorato, ci sono grandi produzioni come The Great Gatsby e Alien: Covenant. Nel suo curriculum compaiono anche film come Australia, Hacksaw Ridge, Pirates of the Caribbean: Dead Men Tell No Tales, Shang-Chi and the Legend of the Ten Rings, oltre a Thirteen Lives e Godzilla x Kong: The New Empire.
Mara lavora soprattutto nella fase di pre-produzione, quando il set va progettato e costruito molto prima che inizino le riprese. “Noi cominciamo molto prima che arrivino gli attori”, spiega, sottolineando quanto il lavoro dello scenografo sia concentrato nella preparazione, nella pianificazione e nella costruzione materiale degli ambienti.
È un lavoro creativo, ma anche fisico e organizzativo, con ritmi serrati. “Comincio la mattina alle sette e mezza e finisco la sera alle sei e mezza. La pausa pranzo la faccio mangiando al volo”, dice con franchezza.
Uno degli aspetti più interessanti della scenografia, racconta, è che ogni film costringe a imparare qualcosa di nuovo. Ogni progetto è un mondo a sé, con regole proprie. In questo periodo, ad esempio, sta lavorando a una produzione legata a mezzi navali militari, e si ritrova immersa in dettagli tecnici impensabili: “Adesso faccio un film sulle navi da guerra del 1940. Devi sapere tutto: come si chiamano i cannoni, come funziona la sala motori. Ogni volta devi diventare esperta in cose che non avevi mai considerato”.
È un mestiere che richiede ricerca continua, confrontarsi con i vari consulenti, precisione quasi “chirurgica”. Ma anche una capacità rara: costruire realtà talmente credibili da diventare immediatamente reali per chi guarda. Negli ultimi anni il settore sta cambiando rapidamente. Garanzini osserva da vicino l’integrazione crescente tra set fisici ed effetti visivi. “Quello che sta cambiando ancora di più è l’interazione con gli effetti speciali - spiega -. Oggi molte scene vengono pianificate in anticipo con pre-visualizzazioni digitali, e il lavoro sul set si sviluppa in continuo dialogo con la post-produzione. Lo storyboard - una sequenza di disegni che funziona come una bozza visiva del film, scena per scena, - esiste ancora, ma oggi viene rapidamente trasformato in pre-visualizzazioni digitali”.
Racconta anche l’uso di nuove tecnologie immersive, come grandi schermi LED che permettono di simulare ambienti e paesaggi già durante le riprese: “Non è più solo blue screen. L’attore vede già il contesto attorno”.
Eppure, nonostante l’evoluzione tecnologica, il cuore del lavoro resta lo stesso: creare spazi che funzionino, che sostengano la narrazione, che rendano credibile l’immaginario.
Tra le esperienze che ricorda con maggiore entusiasmo c’è The Great Gatsby, per il livello di cura e di ricerca: “È uno di quei film dove niente è lasciato al caso”. Un lavoro che resta centrale anche per la precisione estetica e l’approccio quasi artigianale alla costruzione del dettaglio.
E poi Thirteen Lives, film basato sulla storia vera del salvataggio dei ragazzi rimasti intrappolati in una grotta in Tailandia, dove la scenografia ha ricreato ambienti estremi con un approccio quasi documentaristico: grotte, acqua, spazi claustrofobici. Un lavoro in cui la ricostruzione diventa parte centrale del racconto.
Mara Garanzini, da Milano, ha portato competenze artistiche e tecniche in uno dei settori più competitivi e complessi, contribuendo a produzioni viste in tutto il mondo.
E forse il motivo per cui continua ad amare questo mestiere, nonostante la fatica, è quella dimensione di meraviglia: “Ogni film è diverso, ogni volta ti costringe ad imparare qualcosa di nuovo. Ed è un lavoro che, in tutta la sua complessità, restituisce qualcosa di raro - conclude - mi sembra quasi di tornare bambina per un momento”.