Debuttare al Sydney Opera House non è soltanto una tappa professionale: è un’immagine che appartiene all’immaginario collettivo, un luogo che precede l’esperienza concreta. Per Maria Teresa Leva, soprano tra i più apprezzati della sua generazione, questo debutto assume un valore ancora più simbolico perché avviene con Liù, uno dei personaggi più delicati e umani del repertorio pucciniano.

«È un sogno», racconta. «Il Sydney Opera House è un teatro iconico, il simbolo dell’Australia. Lo vedi nelle cartoline e pensi: chissà, magari un giorno… Essere qui oggi mi rende molto felice». Un entusiasmo che va oltre il palcoscenico: «L’atmosfera di lavoro è bellissima, tutti sono estremamente gentili e professionali. È da un mese che sono qui e non sento ancora il richiamo di casa: significa che sto vivendo una bella esperienza».

Nata a Reggio Calabria, Maria Teresa Leva si è diplomata con il massimo dei voti al Conservatorio “Francesco Cilea”. Il suo percorso, però, non nasce da una vocazione immediata per l’opera. «Da adolescente sognavo di fare la cantante di musica leggera», racconta. «Ho partecipato anche a dei talent televisivi. L’opera, all’inizio, non mi piaceva affatto». L’ingresso in Conservatorio avviene quasi per caso, su suggerimento del padre, quando ha appena sedici anni. «E soprattutto non avevo mai visto un’opera dal vivo».

La svolta arriva proprio in teatro. «La mia insegnante mi costrinse ad andare a vedere un’opera. Era Turandot, con la grandissima Giovanna Casolla. Ho pianto per tutto il tempo. È stato uno shock: sono uscita dal teatro e ho pensato che forse ero destinata a questo». Un cerchio che oggi si chiude simbolicamente, con Liù portata in scena a Sydney: «Anni dopo ho cantato Liù accanto alla Casolla. Le ho raccontato quell’episodio e mi ha fatto una dedica sullo spartito. È un ricordo che custodisco gelosamente».

Dal 2014 la carriera prende velocità: la vittoria al Concorso “Ottavio Ziino” di Roma, il debutto quasi simultaneo come Mimì ne La bohème e Micaela in Carmen, e poi una serie di ruoli che la portano sui palcoscenici più importanti in Italia e all’estero. Aida, Cio Cio San, Violetta, Amelia, Leonora, Adriana Lecouvreur: personaggi complessi, intensi, che richiedono solidità tecnica e grande partecipazione emotiva.

Il suo repertorio attraversa Verdi e Puccini con naturalezza. «Sono entrambi i miei grandi amori», spiega. «In Aida sento di avere qualcosa in più da dire, anche se la storia non è tra le mie preferite. È la musica di Verdi che mi dà un’energia e dei colori vocali particolari. Butterfly invece mi coinvolge completamente: il giorno dopo una recita sono emotivamente svuotata. È un’opera che mi attraversa fisicamente». Per lei, l’autenticità è essenziale: «Se non vivi la storia in prima persona, non puoi trasmetterla. Quello che arriva al pubblico è l’emozione vera».

Cantare all’estero significa anche portare con sé un’identità forte. «Il cantante italiano è molto valorizzato fuori dall’Italia», osserva. «Qui basta dire che sei italiana e si accendono tutti. È la nostra cultura, il nostro patrimonio, qualcosa che abbiamo nel sangue. È un valore aggiunto che spesso non sappiamo sfruttare abbastanza».

Alla base di tutto resta la tecnica. «Va mantenuta ogni giorno, anche nei piccoli gesti quotidiani», racconta. «L’elasticità delle corde vocali è fondamentale». E poi il silenzio, quasi rituale: «Prima e dopo lo spettacolo ho bisogno di stare in silenzio. È come se la voce avesse bisogno del suo tempo per concentrarsi e poi per riposare».

Tra i recenti impegni figura anche il debutto nel ruolo di Tosca, una tappa importante che segna un ulteriore passaggio nel suo percorso artistico, accanto ai grandi ruoli pucciniani e verdiani che continua a interpretare nei principali teatri internazionali. Un cammino che oggi la conduce a Sydney con Liù, personaggio che chiude idealmente un cerchio iniziato molti anni fa, quando proprio Turandot le fece scoprire, per la prima volta, la forza trasformativa dell’opera.