Giovedì 5 marzo, nel cuore del circuito di Albert Park, McLaren Racing ha riunito giornalisti e ospiti per una tavola rotonda accompagnata da un brunch organizzato in collaborazione con la Great Barrier Reef Foundation. Dalla suite affacciata sul pit building – proprio sopra la zona dove si svolgono le operazioni di gara – il team britannico ha presentato una delle iniziative più insolite nate negli ultimi anni nel mondo della Formula 1: una partnership tra ingegneri di pista e scienziati marini per accelerare il recupero delle barriere coralline.
Ad aprire l’incontro è stata Louise McEwen, Chief Marketing Officer di McLaren Racing, che ha accolto i presenti ricordando il momento positivo della squadra.
Per McLaren il ritorno a Melbourne arriva dopo una stagione importante. “È davvero fantastico essere tornati qui come doppi campioni del mondo. È la prima volta come team dal 1998”, ha ricordato McEwen, ripercorrendo il cammino della scuderia negli ultimi anni. Ma il cuore della conversazione non riguarda soltanto i risultati sportivi.
“In McLaren essere pionieri fa parte del nostro DNA”, ha spiegato. “Negli anni ’80 abbiamo introdotto per primi il monoscocca in fibra di carbonio. Da allora quella tecnologia si è diffusa ovunque nel paddock e ha salvato numerose vite. Abbiamo capito abbastanza presto che il modo di pensare della Formula 1 può andare oltre la pista e avere un ruolo nella società”.
Da questa visione è nata la collaborazione con la Great Barrier Reef Foundation. A raccontarne l’origine è Kim Wilson, direttore della sostenibilità di McLaren Racing. “Qualche anno fa uno dei nostri membri del team stava guardando un documentario sulla Great Barrier Reef Foundation. Il giorno dopo è venuto in ufficio e mi ha detto: ‘Kim, devi parlare con queste persone’”.
L’idea è stata immediata: applicare l’ingegneria e la mentalità dell’alta prestazione della Formula 1 al restauro delle barriere coralline. “Aveva notato che si stava facendo un lavoro straordinario dal punto di vista scientifico, ma anche che molti processi erano estremamente manuali e richiedevano moltissimo tempo – ha spiegato Wilson–. Così abbiamo pensato di contribuire con ciò che sappiamo fare meglio”.
La sfida è enorme. Le barriere coralline occupano appena l’1% dei fondali marini ma sostengono circa un quarto della vita negli oceani. A ricordarlo è Anna Marsden, direttrice della Great Barrier Reef Foundation. “Sono ecosistemi straordinari – e allo stesso tempo molto delicati. Con il riscaldamento globale e le ondate di calore marine stiamo perdendo sempre più coralli ogni anno”.
La rigenerazione naturale dei coralli, che avviene durante la breve stagione dello spawning – quando milioni di minuscoli coralli vengono rilasciati nell’acqua – non riesce più a compensare le perdite. “Per la prima volta nella storia le barriere coralline hanno bisogno dell’aiuto umano”, ha sottolineato Marsden.
Il problema principale è la scala. Il metodo tradizionale di restauro prevede di far crescere piccoli frammenti di corallo e poi ripiantarli manualmente. Un processo lento – circa novanta secondi per ogni unità – troppo poco per affrontare un ecosistema grande quanto settanta milioni di campi da calcio.
È qui che entra in gioco l’ingegneria McLaren. Dalla collaborazione con la fondazione è nato Machine One, un sistema semi-automatico capace di assemblare i dispositivi per la semina dei coralli in circa dieci secondi. La macchina – soprannominata ‘OSCAR’ (Operational System for Coral Assembly and Restoration) – potrebbe produrre fino a centomila unità a settimana, una scala completamente diversa rispetto ai metodi tradizionali.
“Nelle corse i piccoli miglioramenti fanno la differenza e guidano le prestazioni”, ha spiegato Wilson. “Stiamo applicando la stessa filosofia al restauro delle barriere coralline”.
Il prossimo passo sarà il test sul campo a Townsville, presso il National Sea Simulator, uno dei centri di ricerca marina più avanzati al mondo. Lì il sistema verrà utilizzato con i coralli nati durante l’ultima stagione di spawning, prima della distribuzione sulle aree più danneggiate della barriera.
Una sfida che unisce mondi apparentemente lontani, tecnologia di gara e biologia marina, ma che, nelle parole di Louise McEwen, ha un obiettivo molto concreto: “Per i coralli non è game over. È game on”.