ROMA - L’escalation militare tra Iran e l’asse israelo-statunitense non sta colpendo solo i mercati energetici, ma sta facendo tremare anche il settore del lusso. Da Dubai a Doha, le “serrande abbassate” e gli aeroporti deserti iniziano a pesare su un comparto che proprio nel Medio Oriente aveva trovato uno dei suoi motori di crescita più vivaci.
I segnali sul campo sono inequivocabili. Il gruppo Chalhoub, colosso della distribuzione che gestisce circa 900 negozi (tra cui Sephora e Jimmy Choo), ha annunciato la chiusura temporanea dei punti vendita in Bahrain. Anche i giganti francesi si muovono: Kering (proprietaria di Gucci e Balenciaga) ha sospeso le attività negli Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait e Bahrain.
Il problema non è solo la sicurezza locale, ma il crollo del turismo d’acquisto. Dubai, hub internazionale dove transitano clienti da Russia, Cina e India, soffre per la chiusura degli scali e l’incertezza dei voli. Secondo Andrea Randone (Head of Mid Small Cap Research di Intermonte), se il blocco degli aeroporti dovesse protrarsi, l’impatto diretto sul settore a Dubai sarebbe stimabile tra il 3% e il 4% dei ricavi globali.
Nonostante la crisi, è fondamentale inquadrare l’esposizione reale delle case di moda, considerando che il Medio Oriente vale circa il 6% dei ricavi totali del lusso, pari a circa 23 miliardi di euro sui 358 complessivi nel 2025. L’area risulta fondamentale soprattutto per il segmento dell’Hard Luxury, come orologi e gioielli, che in questa regione performa storicamente sopra la media.
Tra i brand più esposti figurano Richemont e Zegna, con circa il 9% delle vendite nell’area, seguiti da LVMH che si attesta sulla media del settore tra il 5 e il 6%, mentre le società italiane quotate appaiono più protette, con Moncler al 2% e il gruppo formato da Cucinelli e Ferragamo tra il 4 e il 5%.
L’impatto non è solo logistico. L’analista di mercato Gabriel Debach sottolinea come il settore stia già affrontando una tempesta perfetta: il rallentamento cinese, i dazi e ora l’instabilità geopolitica. “Il lusso ha perso un consumatore su cinque negli ultimi anni”, spiega Debach, evidenziando come l’aumento dei prezzi abbia allontanato la clientela aspirazionale, rendendo i brand totalmente dipendenti dai flussi turistici dei super-ricchi.
L’incertezza porta i consumatori a percepire maggiore pericolo, pianificando meno viaggi e riducendo la propensione alla spesa. È il cosiddetto “rischio di secondo tipo”: una contrazione della fiducia che potrebbe colpire anche i mercati lontani dal conflitto.
Nonostante i ribassi a Piazza Affari e sulle borse europee, gli analisti restano cautamente ottimisti sulla capacità di adattamento delle maison. La domanda di beni di alta gamma è infatti estremamente mobile: se un cliente non acquista a Dubai, spesso sposta i propri acquisti verso Parigi, Milano o l’Asia. Le aziende del lusso, dotate di bilanci solidi e management abituati alla volatilità, sono già al lavoro per “ribilanciare gli stock” verso le aree geografiche più sicure.