ROMA - Nel corso dell’informativa alle Camere, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha descritto la strategia di politica estera del governo, rivendicando un’Italia “non subalterna” agli Stati Uniti. Saldamente ancorata all’Alleanza atlantica “da circa 80 anni a questa parte”, ma capace di dire no a Washington “come dimostra Sigonella”. 

La premier ha respinto “lo scontato ritornello sulla subalternità della sottoscritta al Presidente americano, o quello ancora più scontato dal titolo ‘la Meloni scelga tra Trump e l’Europa’”. 

La posizione italiana, nella crisi iraniana, “è stata esattamente la stessa dei principali Paesi europei”, ha sottolineato, chiedendo “se quando si dice che dobbiamo stare con l’Europa si intenda davvero l’Europa, o si intenda piuttosto la sinistra europea, anche quando questo significa dividere l’Europa”. 

Secondo la premier, l’Unione deve saper adeguare la sua strategia “a un mondo che cambia alla velocità della luce, anteponendo il principio di realtà alle sovrastrutture burocratiche e ai dogmi ideologici”, e tra le priorità indicate ci sono “competitività, semplificazione burocratica, transizione verde realistica e non ideologica, autonomia strategica bilanciata che riduca gradualmente le nostre dipendenze, e una capacità di difesa che non ci faccia dipendere dai nostri alleati americani”. 

Meloni ha comunque nuovamente preso le distanze dall’intervento di Usa e Israele in Iran, auspicando una “flebile prospettiva di pace” con i negoziati in corso tra Teheran e Washington.  

“Condanniamo con fermezza qualsiasi forma di violazione del cessate il fuoco. Cessazione permanente delle ostilità, cessazione degli attacchi verso i Paesi del Golfo, cessazione delle operazioni militari in Libano, rinuncia dell’Iran al proprio programma nucleare e pieno ripristino della libertà di circolazione nello Stretto di Hormuz”, ha dichiarato. 

La presidente ha riconosciuto che è innegabile che stiamo vivendo un momento “di particolare difficoltà nei rapporti tra l’Europa e gli Stati Uniti”, ma ha attribuito la responsabilità anche alle leadership europee del passato, “comprese quelle che governavano in Italia, e che si accontentavano di una pacca sulla spalla o di un tweet di endorsement”. 

In chiusura, definendosi “testardamente occidentale”, la premier ha ribadito che “solo se l’Occidente è unito può essere una forza capace di dire la propria sul palcoscenico del mondo. E perché senza quella unità, noi, non altri, saremmo più deboli”.