ROMA - All’indomani dell’appello al dialogo rivolto in Parlamento (articolo a pagina 6) alle opposizioni e naufragato nella stessa giornata tra rinfacci e accuse incrociate, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni telefona ai leader di tutti i partiti dell’opposizione e offre un tavolo di confronto permanente sulla crisi che da ieri sera ha visto salire il livello di preoccupazione nel governo dopo l’attacco subito dai militari italiani in missione a Erbil, nel Kurdistan iracheno.

La proposta della Presidente del Consiglio ricalca quella avanzata nella replica in aula al Senato: un tavolo a Palazzo Chigi per “affrontare questa stagione confrontandomi con le opposizioni tutte le volte che sarà necessario, anche per le vie brevi”. Ma non tutti si sono detti favorevoli. A Meloni è bastato il no di Conte per trarre la conclusione che senza la volontà unanime a sedersi un tavolo istituzionale non si può aprire. Resta comunque l’assicurazione da parte della premier a tenere tutti “costantemente informati” e “aggiornati” sulla situazione.

Il giro di telefonate, terminato con quella a Riccardo Magi di +Europa, a sera, dopo il comizio sul referendum al Teatro Parenti di Milano, segue la dichiarazione rilasciata da Meloni qualche ora prima in risposta a un intervento radiofonico della segretaria del Pd, Elly Schlein, che ha sottolineato come l’appello alla coesione fosse arrivato in ritardo e durato poco. 
“Il mio è stato un appello al dialogo sincero e pubblico, a fronte del quale l’opposizione ha risposto con accuse, ironie e perfino insulti personali. I toni che io ho utilizzato nella replica, invece, sono rimasti rispettosi”, le parole di Giorgia Meloni che riprendendo quelle di Elly Schlein assicura: “Nessuna clava, nessuna mancanza di rispetto, nessun insulto. A dimostrazione di quello che dico il mio invito restava valido”.

Il ‘tavolo’ quindi resta vuoto, sembra che solo i centristi del ‘campo largo’ vogliano offrire la propria disponiblità, M5s e Avs pronunciano un netto no, mentre il Pd non chiude ma ripete che la sede per parlarsi è innanzitutto il Parlamento e che Giorgia Meloni dovrebbe prima tornare in aula. Alla fine, comunque, rimane l’impegno della premier ad “aggiornare” tempestivamente - ma uno ad uno e via telefono - i leader dell’opposizione.

Giuseppe Conte ribadisce il suo ‘no’: “Ci possono essere scambi di informazione ai vari livelli. Però permettetemi anche di dire: passerelle a Chigi - finte passerelle! - le abbiamo già fatte”. Stessa risposta è arrivata da Verdi-Sinistra, come spiega Angelo Bonelli.
Più complicata la posizione del Pd. Nel partito ci sono big come Paolo Gentiloni che già venerdì scorso sollecitava una iniziativa bipartisan sull’Iran, come pure lo stesso Lorenzo Guerini. Oggi è stata Pina Picierno a chiedere che “governo e opposizione si incontrino urgentemente, uscendo da una campagna elettorale permanente fatta di polarizzazione e attacchi”. Elly Schlein, in aula, aveva tenuto una posizione interlocutoria: “Saremo sempre disponibili al confronto, presidente, a fare le nostre proposte come le accise mobili. Ma non chiedete di votare una risoluzione”. 

Per i democratici quello della premier è un bluff, ma il Pd non può nemmeno rifiutare il confronto a priori su un tema come la guerra. Di fronte al no di M5s e Avs, però, tutti - anche i centristi - hanno convenuto sulla modalità ‘minimal’: aggiornamenti telefonici. Poi si vedrà.