ROMA - Giorgia Meloni non aveva mai manifestato tanta rabbia in oltre tre anni a Palazzo Chigi: il giorno dopo la sconfitta al referendum si è trasformato per lei in una resa dei conti con la sua maggioranza.  

Secondo quanto riferiscono fonti vicine alla presidente del Consiglio, la premier si sarebbe sfogata con i suoi sostenendo che la giustizia è storicamente un tema caro alla destra e va assolutamente recuperato. Tradotto: via tutti i membri del governo con situazioni giudiziarie che creano imbarazzo. 

Così, in una giornata concitata, sono arrivate le dimissioni del sottosegretario Andrea Delmastro Delle Vedove e del capo di gabinetto del ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi.

Il primo, condannato in primo grado per rivelazione di segreti d’ufficio nel caso Cospito, era finito al centro delle polemiche per la vicenda della società costituita con un imprenditore poi risultato vicino ad ambienti camorristici e per la cena in un ristorante romano insieme a persone vicine alla criminalità organizzata.

La seconda era finita nella bufera per le sue dichiarazioni contro la magistratura durante la campagna referendaria – “Votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che è un plotone di esecuzione” – e per l’indagine per false informazioni al pm nel caso Almasri. 

Ma il vero braccio di ferro all’interno dell’esecutivo, ora, è con Daniela Santanchè, di cui la premier ha “auspicato” un passo indietro. Si tratta di un gesto inedito per un presidente del Consiglio, che non può licenziare direttamente i ministri, ma solo chiederne la revoca al presidente della Repubblica, scatenando in molti casi una crisi di governo. 

Santanchè – a processo a Milano per presunto falso in bilancio su Visibilia e indagata per bancarotta e presunta truffa all’Inps – finora ha resistito, anche se nella pressione sarebbe stato coinvolto il presidente del Senato Ignazio La Russa, come quando – all’inizio del 2025 – la ministra condizionò le sue possibili dimissioni a una richiesta esplicita di Meloni. 

La premier non chiederà la fiducia al Parlamento dopo la disfatta referendaria, visto che come ha più volte affermato non la considera una crisi politica, e non ha in agenda incontri con Sergio Mattarella. Tuttavia, a urne chiuse, ha subito pensato a un riassetto della squadra.  

La parola “rimpasto” torna a circolare, anche se nella maggioranza è ben chiaro che sostituire un terzo ministro da inizio Legislatura (dopo Gennaro Sangiuliano e Raffaele Fitto) richiederebbe una nuova fiducia delle Camere. 

Nelle analisi interne sul voto, secondo quanto si apprende, è però emerso che una parte dell’elettorato avrebbe punito proprio la scarsa coerenza nel principio “se sbagli paghi”, usato in modo severo contro gli avversari, ma applicato senza pari rigore sui casi interni.  

La premier punta il dito anche contro la Lega, accusata di “scarso impegno” nella campagna referendaria, una critica rimarcata in queste settimane anche da Forza Italia. Carlo Nordio, invece, non è mai stato in discussione.

Per l’ex capo di gabinetto Bartolozzi si parla già di un possibile impiego nell’imminente tornata di nomine per i vertici delle società partecipate. La doppia mossa su Delmastro e Bartolozzi trova apprezzamento in Forza Italia: “Una mossa politica azzeccata – viene definita in ambienti azzurri – abbassa la tensione e sottrae il governo a strumentalizzazioni”.