CANBERRA - Decine di migliaia di lavoratori australiani dell’export del carbone rischiano di restare esclusi dal principale schema federale di sostegno alla riconversione professionale, mentre la domanda globale del combustibile mostra segnali di indebolimento.

Al centro del dibattito c’è l’Energy Industry Jobs Plan, istituito nel 2024 per assistere i dipendenti delle centrali a carbone in chiusura e delle miniere collegate, offrendo riqualificazione, consulenza finanziaria e una guida verso nuove carriere.

Secondo diverse osservazioni presentate alla Net Zero Economy Authority, il programma dovrebbe essere esteso anche ai minatori che operano nel settore dell’export e ad altri comparti ad alte emissioni colpiti dalla decarbonizzazione internazionale. Oggi, molti lavoratori delle miniere destinate all’esportazione rientrano solo nel Regional Workforce Transition Plans, giudicati meno strutturati e non vincolanti per i datori di lavoro.

Jeff Drayton, sindaco del Muswellbrook Shire, area profondamente dipendente dall’industria del carbone, parla apertamente di “un sistema a due velocità”. I dipendenti delle centrali avrebbero accesso a un sostegno federale completo, mentre i minatori dell’export riceverebbero un’assistenza definita “inferiore”. “Se questa disparità non viene corretta – ha scritto nella sua nota – aumenterà ansia e tensione nella comunità”.

Nella regione, la chiusura della centrale di Bayswater mette a rischio circa 1.000 posti di lavoro, ma l’eventuale stop delle miniere Mt Arthur e Mangoola potrebbe coinvolgere oltre 12mila lavoratori. Un impatto che supera di gran lunga quello del settore della generazione di energia elettrica.

Anche il Mining and Energy Union riconosce il “declino strutturale” dell’industria dell’export, legato agli obiettivi net zero dei principali clienti asiatici, alle difficoltà autorizzative e alle pressioni degli investitori. Le stime del Tesoro federale indicano che il valore combinato delle esportazioni di carbone e gas potrebbe dimezzarsi entro il 2030.

Justin Page, coordinatore della Hunter Jobs Alliance, sottolinea che il 90% del carbone prodotto nella regione è destinato all’estero e che cresce il consenso per includere questi lavoratori nel piano nazionale di transizione.

L’industria mineraria, tuttavia, sostiene che le esportazioni proseguiranno almeno fino alla metà del secolo. Anche Business Hunter riconosce l’utilità di un quadro di sostegno analogo a quello previsto per le centrali.

Il confronto ora è politico: decidere se accompagnare la transizione in modo uniforme o mantenere un sistema differenziato tra lavoratori dello stesso settore.