PECHINO - Se per anni la dipendenza strategica dell’Occidente dalla Cina è stata letta attraverso il prisma della manifattura, oggi il baricentro si è spostato a monte: nelle miniere e, soprattutto, nella raffinazione dei minerali critici. Pechino sta consolidando un vantaggio strutturale combinando investimenti esteri, controllo industriale e una proiezione geopolitica che lega indissolubilmente la transizione energetica ai propri interessi nazionali. 

Secondo il rapporto “Raw Power” del think tank australiano Climate Energy Finance (Cef), dal 2023 la Cina ha mobilitato oltre 120 miliardi di dollari in investimenti diretti all’estero per progetti minerari, con un focus ossessivo su litio e terre rare. 

Tuttavia, il punto decisivo non è la quantità di capitale, ma la posizione dominante nei segmenti a più alto valore aggiunto. L’Agenzia Internazionale dell’Energia rileva dati impressionanti, evidenziando come Pechino sia il principale raffinatore per 19 dei 20 minerali strategici monitorati. La Cina detiene infatti una quota media di mercato del 70% nella lavorazione complessiva e arriva a controllare circa il 90% della raffinazione globale delle terre rare. 

Questa concentrazione rende Pechino lo snodo indispensabile per la produzione di veicoli elettrici, sistemi di accumulo, turbine eoliche e pannelli solari. 

L’espansione esterna non è un fenomeno isolato, ma il prolungamento di una gigantesca politica industriale domestica. Secondo il Centre for Research on Energy and Clean Air, il settore delle tecnologie pulite ha generato nel 2025 un output di 15.400 miliardi di yuan (circa 2.228 miliardi di dollari), pari all’11,4% del Pil cinese, trainando oltre un terzo della crescita economica nazionale. Già nel 2024, gli investimenti cinesi in energia pulita hanno sfiorato i 625 miliardi di dollari, quasi il doppio rispetto a dieci anni prima. 

Il cambio di fase è visibile nella trasformazione della Belt and Road Initiative (Bri). Se inizialmente l’iniziativa puntava su infrastrutture e logistica, nel 2025 l’impegno ha toccato livelli record con 128,4 miliardi di dollari in contratti di costruzione e 85,2 miliardi in investimenti diretti, dove l’energia è tornata a essere il vettore principale. In questo solco, cresce il peso delle miniere e delle tecnologie collegate alla transizione, saldando l’approvvigionamento di risorse all’influenza geopolitica. 

Lo Zimbabwe, primo produttore africano di litio, rappresenta un caso studio indicativo. Dopo aver vietato l’export di minerale grezzo, il governo ha recentemente esteso la stretta anche ai concentrati di litio (come lo spodumene, di cui ha esportato oltre 1,1 milioni di tonnellate lo scorso anno) per imporre la lavorazione in loco. 

Lungi dall’estromettere Pechino, questo “nazionalismo” ha spinto le aziende cinesi a investire massicciamente nella catena del valore locale, costruendo impianti di raffinazione direttamente sul territorio africano. 

A differenza del modello estrattivo tradizionale, le imprese di Pechino negoziano l’accesso a lungo termine alle risorse offrendo in cambio la costruzione di impianti di lavorazione e infrastrutture portuali, oltre a garantire occupazione qualificata e un trasferimento tecnologico parziale.  

Questa strategia si completa con gli accordi di “offtake”, ovvero contratti blindati in cui il produttore si impegna a vendere quantità stabilite a prezzi fissi per anni, proteggendo così la fornitura dalle turbolenze del mercato. 

Questa formula, definita dal Cef come un modello di diplomazia “mutuamente vantaggioso”, permette alla Cina di presentarsi non come un semplice predatore di materie prime, ma come un partner di industrializzazione per il Sud globale. 

La strategia non risparmia l’Europa. Analisi di Bruegel e Merics segnalano come i massicci investimenti nelle batterie (dalla gigafactory CATL in Ungheria ai piani di BYD) abbiano rafforzato Pechino nel cuore del mercato europeo.  

Localizzare la produzione finale nel Vecchio Continente, però, non elimina la dipendenza: il controllo della tecnologia a monte (celle e materiali attivi) resta saldamente nelle mani dell’ecosistema industriale cinese. Inoltre, Pechino sta già guardando oltre il litio, accelerando sulle batterie al sodio per ridurre i rischi legati ai colli di bottiglia delle filiere attuali. 

I minerali critici sono per il XXI secolo ciò che petrolio e gas sono stati per il XX. La differenza è che oggi il potere si misura nella capacità di trasformare la materia grezza in input tecnologici. La Cina ha già occupato le posizioni decisive di questa catena, dal sottosuolo alle fabbriche. 

La transizione energetica globale rischia così di poggiare su un’infrastruttura materiale disegnata da Pechino, consegnandole un ruolo centrale non solo come produttore, ma come perno indispensabile della decarbonizzazione mondiale e della nuova “globalizzazione verde”.