TEHERAN - Il conflitto in Medio Oriente ha raggiunto un nuovo, pericoloso apice. Venerdì 27 marzo 2026, le forze congiunte di Stati Uniti e Israele hanno colpito obiettivi strategici nel cuore dell’Iran, mirando al simbolo del programma nucleare di Teheran.

Mentre i cieli iraniani venivano solcati dai missili, lo Stretto di Hormuz (dove transita il 20% del petrolio mondiale) si confermava il vero cuore della crisi globale, con il traffico navale crollato del 95% e il prezzo del Brent stabile sopra i 108 dollari. 

Secondo i media ufficiali iraniani, l’offensiva si è svolta in due fasi distinte, colpendo installazioni sensibili nelle province di Markazi e Yazd. Il complesso di Khondab ad Arak, con il suo reattore ad acqua pesante da anni al centro delle preoccupazioni internazionali per il potenziale nella produzione di plutonio, è stato colpito duramente.  

Israele aveva diffuso avvisi di evacuazione in lingua farsi ore prima del raid, confermando la natura calcolata dell’operazione, mentre l’Organizzazione per l’energia atomica iraniana ha confermato che è stata centrata anche l’unità di lavorazione dell’uranio presso l’impianto di Ardakan.  

Fortunatamente l’Aiea ha confermato che i siti non erano pienamente operativi e non contenevano materiale nucleare attivo al momento dell’impatto; il danno non è quindi ambientale, ma strategico, con l’obiettivo di degradare le capacità future di Teheran e alzare il costo politico di una ricostruzione. 

Mentre i missili colpivano l’entroterra, la Guardia Rivoluzionaria iraniana ha ribadito la chiusura dello Stretto di Hormuz. In un atto di sfida aperta, Teheran ha intercettato tre navi portacontainer, dichiarando la rotta vietata a chiunque commerci con gli “alleati dei nemici sionisti-statunitensi”. 

Un dato emblematico arriva dalla società di intelligence Kpler: due navi della compagnia cinese Cosco hanno tentato il passaggio per la prima volta dall’inizio del conflitto, ma sono state costrette a invertire la rotta dopo gli avvertimenti della marina iraniana. Questo fallimento sottolinea come nemmeno le potenze vicine a Teheran siano immuni al blocco. 

In questo clima di guerra aperta, il presidente Donald Trump ha utilizzato la piattaforma Truth Social per annunciare una proroga del suo ultimatum all’Iran. Trump ha concesso tempo fino alle ore 20:00 di Washington del 6 aprile affinché l’Iran riapra lo stretto, minacciando in caso contrario la distruzione totale delle infrastrutture energetiche del Paese.  

Nonostante la tensione, il presidente ha affermato che i colloqui, mediati in gran parte dal Pakistan, stanno andando molto bene, smentendo le notizie dei media che parlano di stallo. Tuttavia, Teheran continua a rifiutare condizioni che prevedono la fine permanente dell’arricchimento dell’uranio o la consegna delle scorte attuali.