MOSCA - In soli diciotto mesi, il panorama geopolitico di Vladimir Putin è stato raso al suolo.

Dopo la caduta di Bashar al-Assad in Siria e la cattura di Nicolás Maduro in Venezuela, l’uccisione dell’Ayatollah Ali Khamenei durante i raid israelo-statunitensi segna il punto più basso dell’influenza russa all’estero. Mosca, impantanata nel conflitto in Ucraina, si ritrova spettatrice dell’uscita di scena del suo più stretto alleato strategico. 

L’analista Aleksander Baunov del Carnegie Center è categorico: “Per due volte in due mesi, Putin non è riuscito a svolgere il ruolo di salvatore di un dittatore alleato. E l’assassino è il suo amico Trump”. 

L’erosione dell'influenza russa si è consumata in un crescendo di crolli geopolitici, a partire dalla Siria, dove la caduta di Bashar al-Assad alla fine del 2024 ha sradicato la storica presenza di Mosca nel Mediterraneo. Il declino è proseguito a gennaio in Venezuela, quando l’operazione ordinata da Trump per catturare Maduro ha eliminato il principale avamposto del Cremlino nelle Americhe.

Infine, con la morte di Khamenei in Iran, Putin potrebbe perdere il fornitore chiave di droni Shahed e missili balistici, asset che si erano rivelati fondamentali per sostenere l'invasione dell'Ucraina. 

Nonostante il “Trattato di partenariato strategico” firmato nel 2025, che prevedeva una mutua assistenza militare, la Russia ha risposto all’attacco contro l’Iran solo con la retorica diplomatica. 

Putin ha elogiato Khamenei come uno “statista eccezionale”, definendo il suo assassinio una “cinica violazione del diritto internazionale”. Nella telefonata d’urgenza di ieri, il ministro degli Esteri russo si è limitato a offrire disponibilità per “soluzioni pacifiche”. Non è stato annunciato alcun invio di truppe, batterie S-400 o supporto aereo, confermando l’incapacità di Mosca di proiettare forza oltre i confini ucraini. 

Mentre il ministero degli Esteri piange l’alleato, alcuni settori della Duma guardano al lato economico. Il parlamentare Anatoly Wasserman ha suggerito che, a breve termine, l’escalation in Medio Oriente potrebbe essere una boccata d’ossigeno per le casse russe: un aumento vertiginoso del prezzo del petrolio fornirebbe i fondi necessari per continuare la guerra in Ucraina. Tuttavia, l’analisi a lungo termine resta fosca: se Teheran crollasse del tutto, Mosca perderebbe il suo unico partner militare di peso. 

Proprio per questo l’Ucraina esulta. Da Kiev, il Ministro degli Esteri Andriy Sybiga non ha nascosto la soddisfazione per quello che definisce il segnale inequivocabile del declino russo: “La Russia non è un alleato affidabile nemmeno per chi si sacrifica per essa. Il domino dei dittatori deposti è iniziato e la caduta di Putin è ormai inevitabile”.