WASHINGTON – Attivista per i diritti civili al fianco di Martin Luther King, anche nel giorno dell’assassinio. Poi due volte candidato alla Casa Bianca, operatore umanitario e mediatore in crisi internazionali: tutto questo è stato il reverendo battista Jessie Jackson, morto a 84 anni nella sua casa di Chicago.

Nel 2017 gli era stato diagnosticato il Parkinson e dallo scorso novembre era ricoverato a causa di una condizione neurodegenerativa particolarmente grave. Per oltre sei decenni il reverendo è stato una delle figure più riconoscibili e discusse della politica a stelle e strisce: organizzatore instancabile, predicatore della visione populista di una “coalizione arcobaleno” fatta di poveri e dimenticati.

“La mia base sono i dannati, gli espropriati, i mancati di rispetto e i disprezzati”, disse nel suo intervento alla Convention dei democratici del 1984, con le cadenze solenni di chi parla dal pulpito di una chiesa nera.

Lui stesso era nato in quella miseria, nella South Carolina, in quel Sud fatto di segregazione e discriminazione: Jesse Louis Burn alla nascita, era il figlio di una majorette 16enne e di un ex pugile sposato con un’altra donna. Jackson prese il cognome del patrigno che lo adottò anni più tardi senza mai considerarlo veramente un figlio. E fu proprio in Martin Luther King che Jesse, tra i suoi primi protetti, trovò una figura paterna e un mentore, pur rimanendo un battitore libero nel movimento per i diritti civili.

Aveva 26 anni quando, sul balcone del Lorraine Motel di Memphis, assistette all’assassinio di MLK e affermò poi di aver tenuto tra le braccia il reverendo morente, con quel sangue sul dolcevita verde con cui poi andò in televisione con un resoconto contestato da altri testimoni. Qualche tempo prima con MLK aveva preso parte alle storiche marce da Selma a Montgomery.

La sua notorietà raggiunse l’apice negli anni Ottanta quando, due volte candidato alla Casa Bianca nel 1984 e nel 1988, pur senza riuscire a conquistare la nomination ottenne milioni di voti con un messaggio improntato al self help: “Puoi vivere in un quartiere degradato – diceva spesso – ma il degrado non deve essere dentro di te”.

La sua retorica trascinante – ricorda però il New York Times – era inseparabile da altri aspetti, come il suo “io”, l’istinto per l’autopromozione e le debolezze personali (nel 2001 ebbe una figlia illegittima con una dipendente della sua organizzazione).

Il cordoglio per la sua scomparsa è bipartisan. Jackson “è stato una forza della natura”, ricorda Donald Trump, che non perde però l’occasione per attaccare Barack Obama, sostenendo che il reverendo e l’ex presidente “non si sopportavano”. Io invece, prosegue il tycoon, “lavoravo bene con lui, e questa è la prova che non sono razzista”.