RÍO GALLEGOS – È iniziato ieri a Río Gallegos (Santa Cruz) il processo orale contro quattro ex alti ufficiali della Marina argentina, accusati di responsabilità nel naufragio e nella successiva implosione del sottomarino ARA San Juan, avvenuti nel novembre del 2017 nell’Atlantico meridionale e costati la vita ai 44 membri dell’equipaggio.

Sul banco degli imputati siedono il contrammiraglio Luis Enrique López Mazzeo (66 anni), l’ex capitano di vascello Claudio Javier Villamide (62), il capitano di vascello Héctor Aníbal Alonso (61) e il capitano di fregata Hugo Miguel Correa (57). I quattro sono accusati dei reati di violazione dei doveri di pubblico ufficiale, omissione di atti d’ufficio e disastro colposo, aggravato dalla morte delle vittime.

Secondo l’accusa della procura federale, gli imputati, attraverso le loro azioni o omissioni, avrebbero consentito che il sottomarino (che era stava compiendo un’attraversata-scuola) operasse in condizioni tecniche gravemente deficienti e con livelli di rischio elevati, senza garantire il corretto allestimento e la manutenzione dell’unità.

Durante la prima udienza, la procura ha sostenuto che il naufragio non fu un evento fortuito, ma il risultato prevedibile dello stato della nave. “Con le loro condotte o omissioni – hanno affermato i magistrati – gli imputati hanno determinato un aumento ingiustificato del rischio insito nell’attività militare e in particolare nella navigazione subacquea, determinando condizioni che hanno portato alla morte dei 44 marinai e alla perdita del sottomarino”. Quest’ultimo infatti è letteralmente imploso.

Secondo la ricostruzione dell’accusa, il 25 ottobre 2017 l’ARA San Juan lasciò la base navale di Mar del Plata diretto a Ushuaia in condizioni tecnico-operative non adeguate per la missione assegnata. Il sottomarino aveva già registrato numerosi guasti tecnici, dopo la cosiddetta riparazione di “mezza vita” effettuata nel 2015.

Tra i problemi segnalati figuravano perdite di fluidi dalle batterie, guasti ai sistemi di propulsione, malfunzionamenti dei periscopi e infiltrazioni d’acqua nel sistema di ventilazione. Inoltre l’unità aveva superato di 26 mesi l’intervallo massimo previsto tra le manutenzioni in bacino di carenaggio, aumentando così il rischio operativo.

Secondo la ricostruzione della procura, l’11 novembre 2017 il sottomarino partì dalla base di Ushuaia verso l’area di pattugliamento assegnata. Nella notte tra il 14 e il 15 novembre si verificò un ingresso di acqua di mare nel compartimento delle batteri,e che provocò un cortocircuito e un principio di incendio. L’incidente compromise gravemente i sistemi della nave fino alla perdita di assetto e alla successiva implosione del sottomarino, avvenuta il 15 novembre alle 10.51, quando l’unità superò la profondità di collasso.

La difesa ha respinto le accuse. In particolare Claudio Villamide, che al momento della tragedia era comandante della forza sottomarini, ha sostenuto davanti al tribunale che l’ARA San Juan era in condizioni di navigare in sicurezza e disponeva dei manuali tecnici, degli strumenti e dei dispositivi di sicurezza necessari.

Il processo è celebrato davanti al Tribunale orale federale di Santa Cruz, composto dai giudici Mario Reynaldi, Enrique Baronetto e Luis Alberto Giménez. Il dibattimento si svolge in modalità mista, con alcune parti presenti in aula e altre collegate a distanza. Molte famiglie costituite parte civile, infatti, non dispongono del denaro per recarsi a Río Gallegos.

Nel corso dei prossimi mesi saranno ascoltati circa 120 testimoni, tra militari, tecnici ed esperti. Il tribunale attende inoltre che il Ministero della Difesa autorizzi la revoca del segreto militare su alcuni documenti tecnici del sottomarino, necessari per esaminare prove e immagini durante il dibattimento.

Tra le parti civili figura anche l’avvocata Valeria Carreras, che rappresenta 34 famiglie delle vittime. Secondo la legale, la tragedia fu evitabile: “Sono state 44 morti evitabili. Li hanno mandati a morire pur sapendo che pochi mesi prima si era verificato un episodio simile”.

Il processo rappresenta uno dei passaggi giudiziari più importanti nella ricerca delle responsabilità per la tragedia dell’ARA San Juan, il cui relitto fu ritrovato un anno dopo il naufragio a oltre 900 metri di profondità nell’Atlantico meridionale. 

All’epoca si puntò il dito anche contro il governo di Mauricio Macri, allora presidente, che aveva tardato giorni prima di informare le famiglie e l’opinione pubblica. 

Secondo il calendario stabilito dal tribunale, il verdetto potrebbe arrivare a metà luglio.