Il vento soffia forte sulle alture dell’isola. I morbidi profili delle montagne delineano il confine fra il cielo azzurro e il blu delle acque cristalline visibili in lontananza. Sono panorami mozzafiato, quelli che si aprono dal piccolo villaggio di Quattropani, graziosa frazione di Lipari immersa nella lussureggiante vegetazione mediterranea. Da qui, sono visibili tramonti spettacolari sulle isole limitrofe di Salina, Filicudi e Alicudi.

Questo è l’incantevole scenario che fa da cornice alle storie del poeta e scrittore eoliano Italo Toni, che ha presentato lo scorso dicembre presso la Società Isole Eolie Melbourne – in occasione della festa di Santa Lucia –, il suo ultimo libro dal titolo Eolie. Noi ragazzi di ieri. Per l’autore si è trattato della seconda visita in Australia, dove è tornato anche per riabbracciare la sorella Gioconda, che vive nel Paese da 56 anni. Un legame familiare che si intreccia con quello più ampio della comunità eoliana, da decenni profondamente radicata in Australia.

 “Ci sono più eoliani qui che in Italia”, esordisce Toni durante la nostra intervista. Secondo stime non ufficiali, infatti, si sono trasferiti in Australia circa 15mila eoliani di prima generazione, un numero che raddoppia se si considera la seconda generazione dagli anni Cinquanta, superando così gli abitanti complessivi che vivono nell’arcipelago siciliano. In questo contesto, “il libro si vuole collocare come un ponte tra due mondi”: il ricordo vivido di chi ha lasciato le isole e la trasmissione di quella memoria alle generazioni di oggi.

Eolie. Noi ragazzi di ieri, come spiega l’autore, “è proprio un viaggio nella memoria”. Un ritorno al passato dove le voci squillanti dei bambini che giocano per strada si mescolano al rumore delle correnti e al profumo salmastro del mare. “Carissimi lettori, giovani e meno giovani, voglio raccontarvi uno spaccato di vita eoliana di ieri che ho vissuto insieme a tanti amici sinceri”, scrive Toni nelle prime pagine, invitando chi legge a entrare nel suo mondo.

È una cartolina in bianco e nero che fissa nel tempo quella spensieratezza che, auspicabilmente, abbiamo provato tutti, almeno una volta nella vita. Ma è un’infanzia profondamente diversa da quella di oggi: niente telefonini, niente Tv, niente computer. I bambini di ‘allora’ – quelli, cioè, cresciuti negli anni del dopoguerra – si divertono con quel poco che hanno. Basta la forza dell’immaginazione: un semplice pezzo di legno si trasforma in una spada invincibile, un bastoncino che guida uno pneumatico abbandonato diventava un marchingegno prodigioso, mentre le proprie gambe restano abilmente l’unico, instancabile veicolo su cui far correre energia, libertà e tanti sogni.

Tra i primi giochi descritti da Toni c’è Spezzacavaddu: “Un gruppo di sei o sette ragazzi si metteva in fila, piegato in avanti, formando una catena – spiega l’autore –. L’altra squadra doveva saltare. Il primo doveva essere il più agile, perché doveva scavalcarli tutti in un solo slancio. Se non riusciva a superare l’intera fila e finiva per appoggiarsi su uno dei compagni, la catena crollava e la squadra perdeva”. Giochi che richiedono forza, coordinazione e spirito di squadra, ma che soprattutto educano al movimento e alla cooperazione.

Qui, ogni gesto è un esercizio di manualità e ingegno, una danza tra realtà e fantasia. Le strade, i cortili e le piazzette dell’isola diventano così teatri improvvisati, palcoscenici di corse sfrenate, salti impossibili e ginocchia sbucciate. 

“Oggi, infatti, una delle lamentele più frequenti dei medici è che i ragazzi non fanno abbastanza attività fisica. Allora non c’erano palestre, ma ci si muoveva continuamente, giocando e divertendosi insieme”, aggiunge Italo.

Sfogliando le pagine, affiorano ricordi nitidi: le giornate divise tra scuola e giochi, il rapporto molto rispettoso con le insegnanti, la parrocchia come centro di aggregazione.

“A Quattropani la luce elettrica arrivò solo nel 1962 – racconta Toni –. All’epoca, poi, sulle nostre isole nevicava davvero, cosa che oggi non accade più da decenni. Gli uomini allora salivano con le lanterne sul Monte Sant’Angelo per raccogliere la neve. Scavavano una fossa, la rivestivano con paglia di grano e vi conservavano la grande massa di ghiaccio, coperta e protetta sotto metri di terra. 

Quando arrivava il 24 agosto, giorno della festa del santo patrono, San Bartolomeo, quella neve veniva recuperata, ormai ridotta, portata dal gelataio e schiacciata per preparare la granita. Bastavano limone e un po’ di zucchero”. Un lusso semplice, ma attesissimo. Fra i preziosi ricordi dello scrittore ci sono momenti di socialità e condivisione in cui si sta assieme, si gioca, si aspetta con il fiato sospeso l’arrivo della fiera, che porta dolci irresistibili.

“Ricordo che, da ragazzini, andavamo a raccogliere i capperi qualche giorno prima della festa, per guadagnare cento o centocinquanta lire. 

Per noi erano tanti soldini: ci permettevano di comprare qualcosa da mangiare, perché di giocattoli non ce n’erano”. Sono ricordi molto preziosi.

Oggi Toni viaggia in tutta Italia e all’estero per divulgare le tradizioni, il dialetto e la cultura delle Eolie. 

Un impegno riconosciuto nel 2017 dall’Unione Nazionale Pro Loco d’Italia, che gli ha conferito a Roma, presso il Campidoglio, il premio Salva la tua lingua locale, con menzione speciale UNESCO come patrimonio immateriale.

“Raccontare ciò che è stato, nella semplicità di una vita quotidiana – conclude lo scrittore – significa offrire alle nuove generazioni le radici necessarie per costruire il proprio futuro”.