All’inizio del mese di maggio, l’associazione ‘The Friends of the Auburn Tower Inc’ ha reso omaggio alla sua grandiosa esistenza, alla sua rimarchevole testimonianza, con l’evento ‘75 anni che hanno cambiato il mondo’ (75 years that changed the world) presso l’Auburn Uniting Church, a Hawthorn. Antonio Di Lallo, molisano d’origine, non dimentica il suo passato, anzi magistralmente ne rammenta ogni singolo dettaglio, nonostante ammetta che col tempo “le date sfuggono”, ma in realtà, nulla si sottrae alla sua memoria.

Classe ’21, è cresciuto nel piccolo paese di Petrella Tifernina, in provincia di Campobasso, in una delle Regioni più povere d’Italia, come dichiarò Mussolini alla fine degli anni Venti: “Raccontò della povertà del Molise e della Lucania, dopo un lungo giro d’Italia – ha raccontato –, ma eravamo poveri anche di cultura. Non c’erano università e tutti i professionisti andavano via in cerca di un futuro migliore”.

Con un padre invalido di guerra, reduce dal primo conflitto mondiale, Antonio fu costretto a lasciare la scuola, che tanto gli piaceva, per “imparare un mestiere”, mentre intanto si approcciava alla vita da militare.

“L’occupazione di Addis Abeba, da parte del generale Pietro Badoglio, segnò formalmente la fine della campagna in Etiopia; ricordo le grida per strada in Molise, l’esultanza tra le piazze – ha continuato –. Tre anni più tardi, però, entrai anch’io in guerra, da Ascoli Piceno fui trasferito a Bologna e poi dritto in Cecoslovacchia”.

L’8 settembre 1943, l’Italia firmò la resa incondizionata agli Alleati con l’armistizio di Cassabile, tale atto sancì il disimpegno dell’Italia dall’alleanza con la Germania nazista di Adolf Hitler e l’inizio della campagna d’Italia e della Resistenza nella guerra di liberazione italiana contro il nazifascismo; per Antonio Di Lallo significò la prigionia.

“Io mi trovavo nei Balcani, alle otto del mattino ci alzammo, e quando gli ufficiali deposero le armi, partimmo a piedi. L’Italia era già divisa e noi che eravamo al nord, nei pressi di Trieste, fummo catturati dai tedeschi – ha raccontato –. Fui portato a Gladbek, nella Prussia orientale, a lavorare in miniera; ricordo che camminavamo ogni giorno per due ore a piedi per raggiungere il posto, e durante il cammino non si sentiva altro che un forte mormorio di preghiera; ognuno pregava nella sua lingua madre al proprio Santo, eppure tutti pronunciavamo sempre il nome di nostra ‘mamma’. In quei giorni feci un voto a Sant’Antonio che mai ho dimenticato”.

In pieno conflitto, i negozi e le botteghe della Germania si erano completamente svuotati, i giovani erano in guerra e gli anziani rimasti a casa, non potevano lavorare. Antonio Di Lallo fu quindi impiegato come calzolaio, il mestiere che aveva fortunatamente appreso in Molise. “La Germania era rasa al suolo, i bombardamenti ci colpivano almeno cinque volte al giorno e io lasciavo la bottega per correre nei rifugi. E così proseguì la mia vita in quegli anni”.

Con la fine della Seconda guerra mondiale nel 1945, visse “un tempo libero” in Germania, e per Antonio “non si stava male”, perché quando sei giovane e libero, “si sta sempre bene, nonostante tutto”.

Ritornò finalmente in Molise, ritrovando i genitori, i suoi due fratelli e la sorella, che per fortuna erano riusciti a sopravvivere grazie al lavoro agricolo. Antonio Di Lallo non attese un secondo, ricominciò subito a lavorare come calzolaio in una cooperativa, di cui era presidente, per modellare scarpe militari; eppure, non c’era futuro.

“Mi sposai in gran segreto, io e mia moglie Assunta eravamo molto innamorati – ha raccontato –. Poiché suo padre era emigrato in Argentina, sua mamma ci disse che dovevamo aspettarlo per il suo consenso. Noi non volevamo e partimmo in treno per raggiungere Padova; dovevamo sposarci lì per rispettare il mio voto a Sant’Antonio”.

Dopo anni di sacrifici e grande impegno, finalmente l’opportunità di cambiamento: l’Australia cercava artigiani, professionisti in tantissimi settori. Fece domanda e fu convocato a Roma, dove gli fu chiesto, a mo’ di esame, quali fossero le città principali del continente: “Io menzionai Melbourne, Sydney, Adelaide e l’esaminatore fu entusiasta. La mia richiesta fu accettata, il governo mi pagò il viaggio perché ero stato ufficialmente scelto; lasciai mia moglie e le nostre due bambine Renata e Luciana per partire alla ricerca di una possibilità”.

Antonio Di Lallo e sua moglie Assunta, appena dopo il matrimonio a Padova

Nel mese di febbraio ’61, mise piede in Australia, fu immediatamente trasferito al campo Bonegilla, nell’area nord del Victoria.

“Girando tra le case di legno del campo, trovai Il Globo e cominciai a leggerlo, mi colpì subito un annuncio di lavoro: ‘Aquila Shoes’ a Melbourne cercava un calzolaio – ha raccontato –. Inviai una cartolina e fu proprio Tony Longo, proprietario e fondatore dell’azienda, a richiamarmi per offrirmi il lavoro. Coinvolsi anche un altro calzolaio, Paolo, che era al campo con la moglie e i due figli. Loro non erano certamente felici di restare soli, ma li convinsi con l’ipotesi di un impiego sicuro”.

L’azienda stava sorgendo, i due colleghi furono immediatamente assunti, per Antonio Di Lallo si era realizzato un sogno; nacque anche una meravigliosa amicizia con Longo il quale, fin dall’inizio, dimostrò la sua infinita generosità: “Non trovammo un posto dove dormire durante la nostra prima notte a Melbourne – ha ricordato –, chiedemmo di dormire sul pavimento della fabbrica, ci bastava solo una piccola coperta, e invece Tony Longo ci aprì le porte della sua casa. Dormimmo nel letto dei suoi genitori che per quella notte, andarono a casa di una sorella”.

Quasi due anni più tardi, anche sua moglie e le due figlie lo raggiunsero nel nuovo continente, nonostante le avversioni di lei: “Il viaggio in nave fu bellissimo, sembrava un albergo – ha raccontato la figlia Luciana –, ma appena arrivammo a Melbourne, nostra mamma non faceva che piangere. E poi rimase incinta prestissimo, di due gemelli, Francesco e Raffaello”.

Andarono a vivere insieme ad altre famiglie italiane in una casa su due piani, tra i coinquilini anche Gioacchino Vivarelli con cui lavorava ad Aquila Shoes. Erano anni di immensi sacrifici, si condividevano le abitazioni, “ammucchiati”, come scherzosamente ha raccontato Di Lallo, e ci si divideva tra svariati impieghi per poter vivere serenamente. “Gioacchino era eccezionale, forse anche più bravo di me! – ha continuato –. Così, un giorno gli ho proposto di aprire un nostro negozio, anziché continuare a lavorare per altri”.

Decisero di rischiare e fondarono ‘Invicta’ a Brunswick East – ancora oggi è possibile ammirarne l’insegna lungo la strada –, un grande successo, ancora circondati da lacci, suole e stringhe. Con la perdita improvvisa della vista, nel 1987 Antonio Di Lallo è andato in pensione, lasciandosi cullare dai ricordi e dall’armonia della letteratura, sua grande passione. Durante la nostra intervista, mi cita I Promessi Sposi, Rita Levi Montalcini e Vergine Madre, del XXXIII Canto del Paradiso di Dante Alighieri, una poesia che secondo lui “tutti dovrebbero imparare, indistintamente”. Lo scorso 25 maggio ha straordinariamente celebrato il suo 100esimo compleanno, circondato dall’affetto della sua famiglia, ciò che ha di più importante al mondo.

Antonio Di Lallo nella sua casa a Carlton davanti alla mappa dell’Italia e all’unica valigia che aveva con sé quando arrivò in Australia

“Mia moglie ci ha lasciati molto presto, all’età di 48 anni, per un’aneurisma celebrale, e senza di lei sono rimasti i ricordi, ma soprattutto i nostri meravigliosi figli – ha continuato Antonio Di Lallo –. Quando mi chiedono quale sia il segreto della mia età, io rispondo che sono solo parole che si dicono, perché è l’umana natura a fare di noi quello che vuole. I dolori, le gioie, i casi della vita… Nella vita è importante riuscire ad accontentarsi, vivere serenamente; il cibo o un vestito non devono mancare, ma c’è tanto di superfluo a cui possiamo fare a meno. Io sono felice se circondato dalla mia famiglia, nient’altro”.