GERUSALEMME - Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato l’intenzione di avviare negoziati diretti con il Libano, in un tentativo di contenere l’escalation che rischia di compromettere il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran.
La proposta viene avanzata dopo una delle giornate più violente del conflitto, con oltre 300 morti in Libano a seguito dei raid israeliani.
La mossa segna un cambio rispetto alla posizione precedente di Israele, che solo poche settimane fa aveva respinto aperture simili. Netanyahu ha indicato che i colloqui dovrebbero concentrarsi sul disarmo di Hezbollah e sulla definizione di relazioni più stabili tra i due Paesi.
Sul fronte libanese, il presidente Joseph Aoun ha confermato che è in corso un percorso diplomatico che sta ricevendo segnali positivi a livello internazionale. Fonti governative parlano di un tentativo di replicare il modello della tregua tra Stati Uniti e Iran, ma su un binario separato.
Il contesto resta però instabile. Israele continua le operazioni militari contro Hezbollah, con bombardamenti su Beirut e altre aree densamente abitate. Allo stesso tempo, il gruppo armato ha rivendicato nuove azioni contro obiettivi israeliani, mantenendo alta la tensione lungo il confine.
La questione libanese si intreccia direttamente con il fragile equilibrio della tregua tra Washington e Teheran. Iran e Pakistan sostengono che l’accordo dovrebbe includere anche il Libano, mentre Stati Uniti e Israele lo escludono. Questa divergenza rappresenta uno dei principali ostacoli alla stabilizzazione.
Un altro elemento critico è lo Stretto di Hormuz. Il passaggio resta in gran parte bloccato, con traffico ridotto a livelli minimi rispetto alla normalità. La chiusura continua a incidere sulle forniture energetiche globali e viene utilizzata da Teheran come leva negoziale.
Nel frattempo, a Islamabad sono in corso i preparativi per il primo round di colloqui tra Stati Uniti e Iran. Il Pakistan, che ha svolto un ruolo di mediazione, punta a estendere il modello di cessate il fuoco anche ad altri teatri, inclusi Libano e Yemen.
Diversi attori internazionali, tra cui Regno Unito e Francia, hanno espresso la necessità di includere il Libano nell’accordo per evitare nuove escalation. Anche Washington avrebbe sollecitato Israele a ridurre l’intensità delle operazioni, secondo fonti diplomatiche.
Il quadro resta quindi fluido: apertura al dialogo da un lato, operazioni militari in corso dall’altro. La possibilità di una stabilizzazione dipenderà dalla capacità di coordinare questi due livelli, in un contesto dove ogni fronte influenza direttamente gli altri.