ROMA - Il mancato finanziamento con fondi pubblici al docufilm su Giulio Regeni è diventato un caso ed è arrivato alla Camera, con interrogazioni di Partito Democratico, Più Europa e Avs, che chiedono risposte al ministro della Cultura Alessandro Giuli.
La decisione viene definita dalle opposizioni “una scelta politica e non artistica, censura che nega la ricerca di verità”.
Nel mirino anche la composizione della commissione, sulla quale sono stati sollevati dubbi circa la piena imparzialità delle scelte. Al ministro viene chiesto di chiarire le ragioni dell’esclusione, affinché risulti inequivocabile che la decisione sia stata assunta esclusivamente su criteri tecnici e oggettivi, escludendo qualsiasi condizionamento politico.
Il documentario, prodotto da Fandango e Ganesh, sta trovando spazio fuori dai circuiti istituzionali. Partirà dall’Università Statale di Milano lunedì 13 aprile l’iniziativa “Le Università per Giulio Regeni”, con la prima proiezione negli atenei e una tavola rotonda dedicata alla libertà di studio e di ricerca.
L’iniziativa coinvolge 76 università e prevede, nell’arco di due mesi, incontri e proiezioni che chiameranno a raccolta circa 15mila persone attorno al tema della libertà della ricerca.
Il docufilm, vincitore del Nastro della Legalità 2026, ripercorre la storia del ricercatore italiano rapito, torturato e ucciso in Egitto nel 2016, ancora senza un movente né un colpevole.
Domani il ministro risponderà in aula, ma alla vigilia del question time si sono registrate le prime dimissioni: il critico cinematografico Paolo Mereghetti e il docente Massimo Galimberti hanno lasciato la commissione di esperti del Mic che valuta le opere meritevoli del tax credit.
Nell’interrogazione a prima firma della segretaria dem Elly Schlein si sottolinea che il documentario, intitolato Giulio Regeni - Tutto il male del mondo e diretto da Simone Manetti, è stato giudicato “non meritevole di sostegno pubblico” con una decisione “appare difficilmente comprensibile e priva di adeguata motivazione”.
Per il Pd si tratta di una scelta “soltanto politica”, che evidenzia “l’anomalia di una bocciatura che colpisce un’opera già realizzata, premiata e ampiamente riconosciuta”.
Per la senatrice del M5s Vincenza Aloisio è “evidente che il nuovo cinema italiano si stia allineando sempre di più con la destra, riflettendo una narrativa che celebra un’ideologia di appartenenza, mentre ignora critiche e racconti scomodi”.
Inoltre, sempre secondo Alosio, il disegno a firma Meloni è ben chiaro: “Dopo aver piazzato suoi adepti ai vertici dei complessi museali, ora è il turno di indirizzare la cultura cinematografica verso nuovi orizzonti, politicizzandola e oscurando scomode verità come quella relativa al caso Regeni”.
Ha attaccato anche il segretario di +Europa, Riccardo Magi, secondo cui “negare la valenza culturale di un documentario già premiato e che sarà proiettato in numerosi atenei italiani oltre che al parlamento europeo è l’ennesimo capolavoro del governo Meloni, che invece che fare di tutto per avere giustizia, arreca l’ennesimo torto alla memoria di Giulio Regeni”, ha dichiarato.
I dem hanno aggiunto che l’episodio non è un caso isolato, ma conferma le criticità sollevate sulla riforma del sistema di assegnazione dei fondi al cinema voluta dal governo, “che ha di fatto riportato a una gestione più discrezionale e politicizzata”.
Il deputato di Avs Angelo Bonelli, infine, ha parlato senza mezzi termini di bavaglio: “Si impedisce di portare nelle sale un’opera che racconta una verità che evidentemente si preferisce non mostrare. O il ministero non è stato in grado di riconoscere il valore dell’opera, oppure ha avallato una decisione politica”.