BUENOS AIRES – Che tipo di partecipazione e protagonismo hanno ottenuto le donne nelle associazioni italiane?
Uscite dalle cucine, sono entrate nei consigli direttivi, nella gestione delle finanze, nell’organizzazione delle attività. Eppure tanta strada resta ancora da fare per colmare un ritardo storico che riguarda la società in generale, a cominciare dal mercato del lavoro.
Secondo uno studio della Fondazione Friedrich-Ebert Argentina, il divario salariale tra i sessi è presente in tutte i settori produttivi, anche quelli dove le donne sono la maggioranza.
Nel settore della salute, dove le lavoratrici sono il 74 per cento del totale, i salari delle donne sono mediamente più bassi di quelli maschili deò 25 per cento. Mentre nel mondo della scuola, dove le donne rappresentano il 73 per cento dei salariati, il divario è del 9 per cento.
Dal momento che i contratti collettivi di lavoro vietano la discriminazione sulla base del sesso, differenze così marcate ci fanno capire che le posizioni apicali, quelle con compensi più alti, sono occupate da uomini.
L’impegno nelle associazioni avviene tutto su base volontaria non retribuita, ma anche qui tendono a riprodursi stratificazioni “a piramide”. Tante donne alla base e poi, man mano che si sale nella scala gerarchica e si restringe lo spazio a disposizione, la loro presenza è sempre più scarsa.
La situazione è a macchia di leopardo.
Si va dalle società di mutuo soccorso più antiche, dove addirittura è vietata la presenza delle donne nella commissione direttiva (è il caso della Sociedad Italiana di Marcos Paz, nel conurbano di Buenos Aires), fino a realtà molto più dinamiche. Come il Centro Umbro di Buenos Aires, nato poco più di 20 anni fa dall’iniziativa di una donna, María Esther Puletti, che con l’aiuto del Consolato contattò tutti gli italiani di origine umbra della capitale.
“Ci riunivano a casa sua, in Avenida Rivadavia” ricorda Claudia Rossi, attuale vicepresidente.
Giuliana Amistadi, vicesegretaria del Círculo Trentino di Buenos Aires sente di fare parte di una bolla felice. “Nella mia istituzione siamo quasi tutti donne – spiega –. La presidente anteriore era donna, come pure chi l’ha preceduta. Da qualche anno la presenza femminile mi pare in netta ascesa”.
Di una cosa Giuliana è certa. “L’apporto creativo può arrivare indistintamente da uomini e donne, non ne farei una questione di genere” afferma. Per non mitizzare, con una facile retorica da 8 marzo, una presunta specificità femminile, ipoteticamente empatica, accogliente, inclusiva.
Il punto non è fare entrare le donne nelle associazioni: ci sono già. Semmai è renderle visibili, come osserva Maria Luisa Ferraris di Ampra (Asociación mujeres piemontesas en la República Argentina), nata nel 2007.
L’organismo rivendica con orgoglio di aver tracciato un cammino al quale si sono accodati mariti, figli, padri, nipoti che non solo apprezzano il lavoro delle donne di Ampra, ma lo condividono con gioia e generosità. Una rottura del vecchio paradigma che voleva l’uomo al centro e la donna in un ruolo ausiliario e di supporto.
“Le donne hanno un ruolo fondamentale, sono loro a dare impulso alla vita organizzativa anche quando non hanno un ruolo direttivo” dice Chiara Forni di Posadas (Misiones). Origini emiliane, a lungo parte dell’Associazione Nettuno di Oberá, oggi collabora con la Sociedad Italiana di Posadas dove organizza laboratori di cucina partecipativa.
“Le donne forniscono un supporto costante – aggiunge – sono la base su cui poggia tutto, in particolare nelle associazioni italiane dove la gastronomia ha una grande rilevanza quando si parla di tradizioni e memoria storica”.
Certo, il rischio è quello di restare ingabbiate in un ruolo, anzi in un luogo: la cucina.
“Ma le donne – avverte Chiara – sono riuscite a reinterpretarlo in modo creativo, come cuore pulsante che permette di mantenere viva la sede di un circolo”.
Negli anni ’70, ricorda Claudia Severino di Adia (Asociación de damas italo-argentinas) “dalle cucine siamo uscite per creare le nostre organizzazioni”.
E oggi? “Quando guardo le commissioni direttive di molte associazioni mi ripeto che dovrebbero esserci più donne – continua –. Serve più sorellanza, meno competitività tra noi. Non mi sento ancora soddisfatta, ma se mi guardo indietro, penso alla vita delle mie nonne e zie, di mia madre, vedo enormi differenze”.
Ora si guarda al passo successivo. “Occupare gli spazi che vogliamo senza dover dimostrare ogni volta tutto quello che possiamo fare – afferma risoluta Severino –. Non è che dobbiamo essere costantemente sotto esame”.
Per Marina Artese, che fa parte del direttivo della segreteria dei giovani dell’Associación Calabresa di Buenos Aires “l’apporto creativo delle donne apre nuove prospettive nelle associazioni. Non è migliore né peggiore di quello degli uomini, ma è un contributo che arricchisce tutti perché accoglie sia la tradizione, sia le nuove prospettive e visioni della società”.
Resta il fatto che le donne ai vertici sono ancora poche, soprattutto se usciamo dalla capitale e consideriamo il resto del Paese e tutte le istituzioni, compresi i Comites e i Consolati.
“Non si tratta di raggiungere le quote rosa, ma di offrire un altro sguardo – dice Marina –. Con le varie ondate migratorie arrivavano famiglie intere. Se vogliamo che le associazioni assomiglino alle comunità che rappresentano, dobbiamo mantenere una prospettiva di genere”.
Micaela Spinoso, segretaria dell’Unión Molisana di Mar del Plata inserisce nel dibattito la variabile generazionale. “Credo che nelle istituzioni sia giusto che i carichi direttivi siano occupati da donne, e non solo donne di una certa età – dichiara –. Vanno rappresentati i diversi punti di vista: uomini e donne, di diverse generazioni”.
Concorda Claudia Rossi del Centro Umbro: “La partecipazione femminile va di pari passo con quella dei giovani”.
Silvina Valoppi fa parte del direttivo della Friulana di Buenos Aires, è tesoriera di Fediba (la Federazione della associazioni italiane a Buenos Aieres) e vicepresidente di Feditalia. “La grande preoccupazione delle istituzioni è la parte economica, ma la cosa più importante, per mantenerle vive, è la partecipazione della comunità – dice –. La partecipazione di noi donne dipende dalle nostre scelte e impegno e questo vale a tutti i livelli”.
Florencia Caretti, presidente di Feditalia Argentina e vicepresidente dell’Unione Ossolana di Buenos Aires, sottolinea la persistenza di sacche di maschilismo che ostacolano lo sviluppo di una classe dirigente femminile. Ma attenzione, si tratta di ostacoli culturali e non legali.
“Niente impedisce alle donne di avere carichi dirigenziali, salvo alcuni statuti vetusti e superati – osserva –. Quindi, ragazze… Avanti, fatevi sotto!”
(Ha collaborato Larissa Ronzoni)