Nel maggio 2022 il crollo dell’ecosistema Terra-Luna sconvolse l’intero comparto delle criptovalute, lasciando dietro di sé decine di miliardi di dollari bruciati e una crisi di fiducia senza precedenti.

A distanza di tre anni, la parabola che iniziò con il più clamoroso collasso della storia crypto trova oggi una conclusione giudiziaria: il co-fondatore di Terraform Labs, Do Kwon, è stato recentemente condannato da un tribunale federale statunitense con una sentenza che chiude il cerchio su un caso simbolo dei rischi e delle fragilità strutturali del mondo di cui raccontiamo da queste pagine.

Per comprendere la portata della condanna è utile ricostruire cosa accadde. Terra-Luna si reggeva su un meccanismo algoritmico che legava due asset: LUNA, il token soggetto alle normali oscillazioni di mercato e UST, una stablecoin che avrebbe dovuto mantenere il suo valore sempre ancorato a quello del dollaro. A maggio 2022 questo equilibrio saltò improvvisamente: UST perse il cosiddetto peg con il dollaro, scatenando un’ondata di panico tra gli investitori. Lo sappiamo, le oscillazioni di prezzo sono fisiologiche, ma le stablecoin rappresentano un porto sicuro per gli investitori crypto: vederle perdere valore equivale, in termini tradizionali, a scoprire che i nostri depositi bancari in una filiale valgono meno degli stessi depositi altrove, qualcosa di semplicemente inconcepibile. Alla perdita del peg si aggiunse la totale incapacità dei fondatori di offrire risposte chiare o soluzioni credibili e, nel giro di 48 ore, il token LUNA crollò del 99,9%, trascinando con sé non solo normali risparmiatori, ma anche fondi d’investimento e colossi del settore.

Binance, ad esempio, si ritrovò con monete dal contro valore di poche migliaia di dollari, ma che fino al giorno prima valevano 1,6 miliardi di dollari. In molti credono si trattò del risultato di un attacco ordito da chi era a conoscenza delle debolezze strutturali del protocollo, una sorta di castello di carte che attendeva solo la folata giusta per crollare.

Quel collasso fu il primo domino di una catena ben più ampia: seguì una serie di fallimenti a cascata, a partire dalle piattaforme Celsius e BlockFi, per poi culminare a novembre dello stesso anno con l’implosione del secondo exchange più grande al mondo, FTX. Oggi anche Do Kwon paga il conto: il giudice distrettuale Paul Engelmeyer ha emesso una condanna di 15 anni, ben superiore ai 12 richiesti dall’accusa. Kwon dovrà scontare almeno metà della pena prima di poter chiedere un trasferimento in Corea del Sud, sua terra natale in cui lo attendono ulteriori procedimenti. Durante l’udienza, numerosi investitori hanno raccontato l’impatto devastante del crollo sulle loro vite, aggiungendo peso morale alla sentenza. Kwon aveva già ammesso, lo scorso agosto, di aver “consapevolmente partecipato a uno schema per frodare” gli acquirenti della sua stablecoin. L’accordo di patteggiamento ha ridotto da nove a due i capi d’accusa, ma la responsabilità del fondatore rimane enorme: secondo le stime ufficiali, il collasso di Terra-Luna bruciò tra i 40 e i 50 miliardi di dollari in appena tre giorni. Una caduta rovinosa che ha rappresentato uno spartiacque per tutto il settore, mostrando quanto rapidamente un progetto considerato solido e innovativo possa sgretolarsi.

Ora, con la condanna di Do Kwon, cala il sipario su uno dei capitoli più cupi della storia crypto, ma la sentenza chiude un caso, non una ferita. Per le migliaia di investitori che avevano riposto fiducia in Terra-Luna resta aperta una domanda amara: basteranno quindici anni di carcere a ripagare un disastro che ha bruciato intere vite di risparmi?

Questo articolo contiene opinioni personali dell’autore che non devono costituire la base per prendere decisioni di investimento. Ricordiamo che l’intento di questa rubrica non è quello di dare consigli finanziari, ma semplicemente analizzare il mondo delle criptovalute per renderlo accessibile a tutti.