Hai la fortuna di avere una casa, ma in una situazione del genere diventa solo un fardello inutile: non puoi venderla, non c’è tempo, non c’è mercato. Hai un’auto, ma forse non ti è permesso portarla oltre il confine. In tasca solo qualche banconota, in pratica carta straccia, in quanto servono circa un milione di rial per comprare venti dollari, forse meno nel momento in cui queste righe vengono lette.

Speri che almeno ora a livello mondiale la tua situazione sia sulla bocca di tutti. Per anni i tuoi familiari scappati dall’Iran ti hanno raccontato di persone in tutto il mondo scendere in piazza, giustamente, per popolazioni come quella ucraina o palestinese. Hai sentito parlare di bandiere, slogan, mobilitazioni globali riempire le strade e i notiziari, molto più raramente però per la liberazione del tuo Paese. Ora non hai nemmeno accesso alle informazioni dai tuoi parenti all’estero, ma forse è meglio così: scopriresti che, dopo l’uccisione del dittatore nel tentativo di avviare un processo di emancipazione dalla teocrazia, c’è chi manifesta indignazione perché l’attacco non è passato attraverso l’approvazione delle Nazioni Unite.

Sei a conoscenza dei trattati internazionali e che il diritto prevede procedure precise e sai benissimo che le grandi potenze hanno interessi strategici o anche di altro tipo verso il tuo Paese. Ma quando vivi sotto un giogo oppressivo, quando ogni aspetto della tua esistenza è regolato da un potere religioso che decide come devi vestirti, cosa puoi dire, quali diritti ti sono concessi e quali negati, la priorità si riduce a una sola parola: libertà.

Sei poi doppiamente triste, poiché sai che negli anni Settanta l’Iran non era questo. Le città erano moderne, le università aperte al mondo, le donne potevano lavorare, studiare e addirittura andare in spiaggia in costume da bagno. Da decenni sono invece obbligate a coprirsi dalla testa ai piedi, la polizia morale controlla le strade, il dissenso viene represso. Intere generazioni sono cresciute conoscendo solo censura e paura. E non è solo una questione politica, è anche economica, perché se la tua valuta può essere annientata da decisioni politiche o da crisi internazionali, se i tuoi conti possono essere bloccati dall’oggi al domani, sei doppiamente prigioniero: del regime e del sistema finanziario che lo sostiene. Il denaro tradizionale, quello che per anni hai considerato sicuro, si rivela estremamente fragile, legato a banche che possono chiudere, a confini che possono essere sigillati, a governi che possono decidere chi può accedere ai propri soldi e chi no.

In questo scenario immagini cosa significherebbe avere un’alternativa: nessuna banca da cui dipendere, nessun confine che possa trattenere i tuoi risparmi, nessuna autorità centrale in grado di sequestrarli o congelarli, solo una chiave privata custodita in un portafoglio digitale abbastanza piccolo da stare in tasca e la possibilità di scappare portando con te il tuo patrimonio.

Bitcoin non fermerà mai le bombe, non rovescerà i governi, non cancellerà anni di censura, repressione e paura, ma offre un’ancora di salvezza, uno spazio minimo di sovranità personale concreta. In un contesto come quello iraniano anche il controllo sul proprio denaro diventa parte della libertà. La maggioranza delle persone continuerà a ignorare tutto ciò, continuerà a considerarlo un tema lontano, astratto. Ma per chi sta vivendo l’erosione quotidiana dei propri diritti e dei propri risparmi, Bitcoin non è ideologia né speculazione. È la differenza tra il restare intrappolati e l’avere almeno una via d’uscita.

Questo articolo contiene opinioni personali dell’autore che non devono costituire la base per prendere decisioni di investimento. Ricordiamo che l’intento di questa rubrica non è quello di dare consigli finanziari, ma semplicemente analizzare il mondo delle criptovalute per renderlo accessibile a tutti.