SYDNEY - Una commissione della Camera del New South Wales, controllata dal Partito laburista, raccomanderà al governo Minns di valutare un divieto per la frase “globalise the intifada”.

La proposta viene preparata nonostante la maggior parte delle osservazioni pubbliche inviate all’inchiesta si sia espressa contro l’idea e diversi esperti abbiano avvertito che una legge mirata su uno slogan potrebbe scontrarsi con i principi costituzionali sulla libertà di comunicazione politica.

Il rapporto, atteso in giornata, è frutto di un’inchiesta su “misure per proibire slogan che incitano all’odio”, avviata dopo l’attentato terroristico di Bondi del 14 dicembre. Secondo due fonti che hanno visionato il documento, la commissione suggerisce di esaminare norme per mettere al bando “globalise the intifada” e “qualsiasi formulazione sostanzialmente simile”, chiarendo che cantare la frase in pubblico sarebbe illecito.

Il significato dello slogan resta controverso. “Intifada” significa “scrollarsi di dosso” ed è stato usato per descrivere due fasi di protesta palestinese contro Israele, segnate anche da violenze. Una parte della comunità ebraica sostiene che l’espressione sia oggi un invito all’odio e alla violenza, mentre altri la considerano una formula politica che dipende dal contesto.

Per ridurre il rischio di bocciature in tribunale, il rapporto raccomanderebbe di inserire un “elemento causale” che colleghi l’uso della frase a un danno specifico. L’obiettivo sarebbe rendere la norma più difendibile in caso di ricorsi.

In commissione, secondo quanto riferito, solo la deputata dei Verdi Tamara Smith e il Nazionale Paul Toole avrebbero votato contro la raccomandazione. A favore si sarebbero espressi quattro deputati laburisti, mentre l’indipendente Philip Donato era assente.

L’inchiesta è stata avviata a ridosso delle festività e ha avuto tempi molto stretti. In poche settimane sono state esaminate oltre 700 osservazioni, circa 150 delle quali rese pubbliche. Non si sono tenute audizioni, e quindi non è stato possibile interrogare esperti in modo diretto. Smith ha criticato l’intero processo definendolo poco trasparente e sbilanciato.

La costituzionalista Anne Twomey, in un contributo scritto, ha avvertito che vietare slogan politici specifici è più difficile da giustificare rispetto a norme neutrali sul contenuto, legate alla prevenzione di danni gravi.

Il premier Chris Minns ha detto che una sfida costituzionale è probabile, ma ha lasciato intendere che il governo intende procedere comunque, sostenendo che leggi simili possono essere riscritte per restare efficaci.