TEL AVIV – Le esplosioni che martedì notte hanno squarciato il silenzio di Teheran hanno sferrato un colpo micidiale al regime della Repubblica islamica: Israele ha infatti rivendicato di aver ucciso nei raid il capo della Sicurezza nazionale iraniana, Ali Larijani, uomo chiave dell’establishment considerato dallo Stato ebraico il leader de facto del regime, in particolare nelle ultime due settimane di conflitto dopo la morte di Ali Khamenei.

L’Idf ha poi annunciato di aver “eliminato” Gholamreza Soleimani, comandante dell’unità Basij responsabile delle durissime repressioni delle proteste di piazza in Iran.

Un doppio “successo” che decapita l’apparato di sicurezza dell’Iran. E fa piombare nel baratro la leadership del Paese mentre la nuova guida suprema Mojtaba Khamenei resta in silenzio e la guerra che non accenna a rallentare, senza alcuno spazio per la diplomazia.
Secondo una ricostruzione dei media israeliani, l’eliminazione di Larijani era stata pianificata per la notte tra domenica e lunedì, ma è stata rinviata all’ultimo momento.

Lunedì a mezzogiorno sarebbe poi arrivata un’informazione per la quale Larijani avrebbe dovuto recarsi in uno dei suoi appartamenti sicuri. E ancora secondo i media, al momento dell’attacco con lui c’era anche il figlio. Ma se di Soleimani è stata confermata la morte dai Pasdaran, nessun commento è trapelato sui media iraniani in merito alle sorti di Larijani.

Ad alimentare il mistero anche un messaggio scritto a mano pubblicato sui suoi social in merito a una cerimonia funebre per dei soldati della Marina iraniana. Nel frattempo Israele ha esultato: Larijani e Soleimani “hanno raggiunto Ali Khamenei, e tutti i membri sconfitti dell’asse del male nelle profondità dell’inferno”, ha annunciato senza mezzi termini il ministro della Difesa Israel Katz.

“Larijani era soggetto a sanzioni americane con una taglia di 10 milioni di dollari sulla sua testa. Noi l’abbiamo fatto gratis”, ha ironizzato il collega degli Esteri Gideon Sa’ar, mentre il primo ministro Benjamin Netanyahu ha definito il leader iraniano “il boss” dei Pasdaran, “il gruppo di gangster che de facto governa l’Iran”.

Larijani era considerato un pilastro fondamentale del sistema di Teheran, braccio destro della Guida suprema e figura centrale della diplomazia strategica iraniana per decenni. Dopo lo scoppio della guerra, era diventato ancora più potente: secondo gli analisti, è stato lui a dare continuità al regime dopo la Guerra dei 12 giorni dello scorso anno, responsabile della sopravvivenza della Repubblica islamica.

Per lo Stato ebraico, era Larijani a tirare i fili e a dare gli ordini degli attacchi contro Israele e i Paesi del Golfo. Consapevole di questo potere, Larijani era arrivato a sfidare apertamente Israele e Stati Uniti passeggiando tra la folla durante una manifestazione filo-governativa la scorsa settimana a Teheran.

Un gesto per parlare anche al fronte interno, mentre Mojtaba Khamenei non si è mai fatto vedere in pubblico da quando è stato nominato successore del padre assassinato, e si rincorrono le voci su un suo soggiorno a Mosca per sottoporsi a un intervento chirurgico dopo essere rimasto ferito nell’attacco del 28 febbraio, puntualmente smentite dalle autorità di Teheran.

Contro la falce dei raid israelo-americani resiste intanto il presidente Masoud Pezeshkian. E c’è chi dice che sia stato volutamente risparmiato dai raid in quanto figura più moderata e dialogante, ma il cui peso è tuttavia difficile da valutare, nel caos in cui è stata gettata la leadership della Repubblica islamica.

In ogni caso, con la morte di Larijani il governo israeliano ha ribadito il messaggio che nessuno è immune alle bombe. E contemporaneamente ha inviato un segnale al popolo iraniano: Larijani e Soleimani erano infatti considerati tra i principali responsabili delle sanguinose repressioni delle proteste di gennaio. Uccidendoli, Israele “indebolisce il regime nella speranza di dare al popolo iraniano la possibilità di rovesciarlo” e “daremo loro la possibilità di prendere in mano il proprio destino”, ha dichiarato Netanyahu.

Nel frattempo l’offensiva continua, così come la rappresaglia dell’Iran su Israele e il Golfo, mentre in Iraq i droni sono tornati a colpire l’ambasciata Usa a Baghdad. Secondo quanto riferito da Reuters, Khamenei ha respinto le proposte di cessate il fuoco con gli Usa presentate da due Paesi intermediari. Dall’altra parte del fronte, Donald Trump continua a cantare vittoria prevedendo che la guerra finirà nel giro di un paio di settimane. E in merito a un eventuale invio di truppe su suolo iraniano, il tycoon ha assicurato di “non temere un altro Vietnam”.