ROMA - La morte dell’ambasciatore Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e dell’autista Mustafà Milambo, avvenuta cinque anni fa, il 22 febbraio 2021 nella Repubblica Democratica del Congo, non sarebbe il tragico esito di un tentativo di rapimento finito male, ma il tassello di un mosaico molto più inquietante. Questa la tesi sostenuta da Salvatore Attanasio, padre del diplomatico, dal suo legale Rocco Curcio e dal consulente internazionale Mario Scaramella. Secondo tale visione, l’eccidio di Kibumba non rappresenterebbe un episodio di criminalità comune, ma un evento dai connotati politici: un unicum che s’inserisce in una complessa trama di interessi nazionali e internazionali in un territorio devastato dai conflitti tra potenze. Il diplomatico è stato ucciso vicino a Goma, nell’est del Paese, nel corso di un agguato contro un convoglio del Programma alimentare mondiale (Pam). Con lui hanno perso la vita il carabiniere Iacovacci e l’operatore congolese Milambo.

Attanasio aveva 43 anni, era padre di tre figlie ed era entrato in carriera nel 2003, servendo in Svizzera, Marocco e Nigeria prima di approdare a Kinshasa nel 2017. Alla competenza professionale univa una profonda sensibilità umana: frequentava le periferie, dialogava con le comunità locali e sosteneva programmi di aiuto tramite la Comunità di Sant’Egidio. Nel 2020 aveva ricevuto il Premio internazionale Nassiriya per la Pace, venendo definito “l’Ambasciatore delle porte aperte” per la capacità di coniugare rigore istituzionale e spirito di servizio. L’attacco resta avvolto dalle ombre. Mentre il convoglio si recava in una scuola per un programma d’assistenza, la versione ufficiale parlò di un sequestro degenerato, ma diversi elementi suggeriscono un’azione mirata. Se a Kinshasa sei persone sono state condannate all’ergastolo, nella Capitale il procedimento si è chiuso con “il non luogo a procedere” per l’impossibilità di indagare due dirigenti del Pam, accusati di omicidio colposo, i quali hanno invocato l’immunità diplomatica. I familiari di Luca non hanno mai smesso di cercare la verità.

Durante una conferenza stampa, l’avvocato Curcio ha sottolineato come, nonostante le difficoltà di cooperazione giudiziaria con le autorità locali, la famiglia abbia intrapreso una propria strada investigativa in stretta collaborazione e “lealtà” con la Procura romana. In questo contesto opera Scaramella, esperto in scenari africani complessi con collegamenti a studi legali londinesi. Il team da lui coordinato ha raccolto sul campo indizi depositati presso i magistrati di Roma “per offrire vettori d’indagine finora inesplorati, volti a trasformare le informazioni acquisite in prove processuali”. 

Le indagini difensive, basate su testimonianze locali, evidenziano piste riconducibili a gruppi armati, criminalità transnazionale e interessi economici su risorse strategiche. Scaramella parla di un’azione che va al di là della semplice tentata rapina. Ci sarebbe un contesto nel quale avrebbero operato “infiltrati e provocatori” e in cui “una deliberata frammentazione delle responsabilità operative” sarebbe funzionale a “rendere opaca la ricostruzione degli eventi”.