MILANO - Le scuse e il pentimento messi nero su bianco in una lettera, i colleghi trasferiti e le indagini che si allargano al commissariato dov’è stato in servizio fino a quando è stato fermato e accompagnato nel carcere di San Vittore. Dopo la decisione con cui il giudice ha disposto la prigione per l’assistente capo di Polizia, Carmelo Cinturrino, accusato dell’omicidio volontario di Abderrahim Mansouri, ucciso nel boschetto di Rogoredo durante un’operazione antispaccio, l’agente ha consegnato al suo difensore Piero Porciani, una lettera scritta a mano, in stampatello. Oltre a ribadire quello che ha già detto a voce al legale, ha affermato che “quel ragazzo doveva essere in prigione e non morto. Mi dispiace per la sua famiglia. Sono triste e pentito per ciò che ho fatto ma mi sono sentito disperato”. E poi ha chiesto perdono a tutti i suoi colleghi, aggiungendo di essere “stato sempre onesto e servitore dello Stato, come dimostrato dagli encomi e lodi ricevuti negli anni. Perdonatemi - chiude la missiva -, pagherò per il mio errore”. 

Scuse che la famiglia Mansouri, tramite gli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli, hanno rimandato al mittente. “Se ha un briciolo di coscienza, confessi tutto il male che ha fatto in questi anni, lui con i suoi compari. Gli errori si commettono a scuola, ammazzare una persona e dopo creare una messa in scena non è un errore, è qualcosa di orribile. Soprattutto se non seguito da una reale confessione sull’intera vicenda” e “sul ruolo che hanno rivestito i complici”. E proprio per appurare se Cinturrino abbia goduto di coperture o complicità da parte degli stessi colleghi che nei giorni scorsi, indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, hanno denunciato i suoi “metodi intimidatori” e borderline nelle operazioni antidroga, il commissariato Mecenate è sotto stretta osservazione. Al di là di un’ispezione annunciata dai vertici della Polizia e del trasferimento di quattro agenti in altre sedi con incarichi non operativi, l’inchiesta del pm Giovanni Tarzia e del procuratore Marcello Viola si sta ampliando. 

Gli approfondimenti sulla morte del pusher hanno portato a tracciare un quadro “allarmante” in cui s’inserisce un’attività, si ipotizza, “non in linea con le regole”, con presunte richieste di pizzo e cocaina agli spacciatori in cambio di protezione. Per questo si sta scavando nel passato dell’assistente capo, di coloro che stavano lavorando o hanno lavorato con lui per capire se le eventuali responsabilità, che vanno oltre l’omicidio del 28enne di origini marocchine, siano limitate a Cinturrino. 

E così accanto alle verifiche di natura patrimoniale e tecniche, si stanno esaminando i verbali d’arresto che ha firmato e si stanno cercando e convocando moltissimi testi, tra spacciatori e abitanti della zona che va dal Corvetto a Rogoredo. Non si sta tralasciando nulla, nemmeno i racconti di chi ha adombrato casi simili a quello di Mansouri, ma che finora non hanno trovato riscontri.