MILANO - L’inchiesta nata dall’omicidio di Abderrhaim Mansouri, il pusher ucciso il 26 gennaio scorso dall’assistente capo di polizia Carmelo Cinturrino - che continua a dichiararsi innocente - si allarga dal boschetto di Rogoredo fino a un’area più ampia che comprende via Mecenate, piazza Corvetto e Calvairate.
Le indagini, coordinate dal pubblico ministero Giovanni Tarzia e dal procuratore Marcello Viola, puntano a chiarire il movente che avrebbe portato il quarantunenne a sparare al ventottenne.
Nel frattempo, è stato rimosso dall’incarico il dirigente del commissariato in cui lavorava l’agente e altri quattro poliziotti risultano indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso.
Gli investigatori stanno ascoltando numerosi testimoni e convocando persone che in passato hanno avuto contatti con Cinturrino: tra queste non solo tossicodipendenti e spacciatori arrestati dal poliziotto, ma anche persone che lo hanno incrociato durante operazioni antidroga, su cui ora la magistratura sta approfondendo.
Tra gli aspetti su cui si sta indagando ci sono presunti episodi di violenza e di irregolarità nelle operazioni di polizia, come il possibile sequestro indebito di denaro o un presunto pestaggio ai danni di una persona disabile, di cui si starebbe cercando anche un video.
Gli investigatori stanno inoltre incrociando le testimonianze raccolte e valutano la possibilità di fissare un incidente probatorio per cristallizzare alcune dichiarazioni. Parallelamente proseguono gli accertamenti tecnico-scientifici e si cerca di verificare se l’agente abbia avuto eventuali complici o coperture all’interno del commissariato Mecenate, struttura su cui la Procura ha acceso un faro.
Il prossimo 9 marzo il Tribunale del Riesame discuterà la richiesta di arresti domiciliari presentata dai nuovi difensori di Cinturrino, gli avvocati Marco Bianucci e Davide Giuseppe Giugno. Durante un recente colloquio con i legali, l’agente ha respinto tutte le accuse, definendo “un’infamia” le ricostruzioni secondo cui avrebbe chiesto denaro o droga agli spacciatori in cambio di protezione.
Secondo quanto riferito dai suoi difensori, Cinturrino ritiene che le accuse siano “fango per screditare” e sostiene che i racconti raccolti dagli investigatori siano frutto di atteggiamenti vendicativi legati alla sua attività di contrasto allo spaccio.