BAGHDAD – Sono ore di attesa e ansia per la sorte di Shelly Kittleson, la giornalista americana rapita da un gruppo armato nel centro di Baghdad, in assenza, al momento, di uno scenario chiaro su quanto accaduto e con il silenzio assordante sulle sue condizioni che è rotto solo da dettagli frammentari, quasi mai ufficiali o verificabili.
Come l’indicazione che la reporter fosse stata avvertita più volte, anche lunedì sera, del pericolo in cui si trovava e della necessità di lasciare immediatamente l’Iraq, secondo quanto scrive l’Associated Press online, citando un funzionario statunitense che ha parlato a condizione di anonimato.
Questo dopo che Alex Plitsas, analista di sicurezza nazionale per la CNN, aveva segnalato che il nome della reporter figurava in una lista in possesso di Kataib Hezbollah - letteralmente “Brigate del Partito di Dio”, un gruppo paramilitare sciita iracheno - e che Kittleson ne fosse al corrente.
Una seconda fonte, citata dalla BBC, aveva confermato che le era stato comunicato il rischio, ma che la giornalista riteneva si trattasse di informazioni false. Sempre secondo l’emittente britannica, inoltre, circolavano voci che Kataib Hezbollah stesse pianificando di rapire o uccidere giornaliste. Difficile però delineare possibili motivazioni o obiettivi per il sequestro, in una regione al momento nel caos dove il conflitto in corso rischia di sollevare il velo su dinamiche locali di potere e lotta.
L’episodio evidenzia allora rischi diffusi e sviluppi poco prevedibili che vanno oltre l’area più direttamente interessata dai raid e dagli attacchi dopo l’inizio della guerra americano-israeliana contro l’Iran lo scorso 28 febbraio.
Intanto le fonti sul terreno sono poche e ciò rende anche complicato ricostruire con un buon margine di plausibilità le dinamiche di quanto accaduto: ad oggi si sa che il rapimento è avvenuto il 31 marzo in via Saadoun nel centro di Baghdad, poi gli autori si sarebbero diretti a sud-ovest verso la provincia di Babil.
Funzionari della sicurezza irachena hanno affermato che erano coinvolte due auto. È stato diramato un allarme a tutti i posti di blocco, c’è stato un inseguimento durante il quale uno dei veicoli si sarebbe schiantato vicino alla città di al-Haswa. L’altra auto, con a bordo Kittleson, è fuggita. O almeno questa è la versione che emerge come la più accreditata. In un primo momento erano circolate anche voci su un possibile ferimento della giornalista e una liberazione, una versione però smentita dai fatti.
Sulla base quindi dei presunti “avvertimenti” di cui Kittleson sarebbe stata al corrente poco prima del sequestro, al momento ci si interroga anche sul reale livello di rischio sul campo. Hussein Alawi, consigliere del primo ministro iracheno Mohammed Shia al-Sudani, ha affermato che la giornalista intendeva entrare nel Paese dalla Siria attraverso il valico di al-Qaim il 9 marzo, ma era stata respinta perché sprovvista di permesso di lavoro per la stampa e per motivi di sicurezza dovuti “all’escalation del conflitto e al lancio di proiettili nello spazio aereo iracheno a seguito della guerra contro l’Iran”.
Kittleson è però poi entrata nel Paese regolarmente, stando alle ultime ricostruzioni citate anche da media internazionali, dopo aver ottenuto un visto per ingresso singolo di 60 giorni, rilasciato per consentire ai cittadini stranieri bloccati nei Paesi limitrofi di “transitare attraverso l’Iraq per raggiungere i propri Paesi d’origine tramite i mezzi di trasporto disponibili”, ha dichiarato lo stesso Alawi.