MONTEVIDEO - È proseguito nel segno dell’incontro con i territori, della memoria spirituale e dell’impegno sociale il secondo giorno del viaggio apostolico di Papa Leone XIV in Uruguay. Dopo la tappa mattutina a Paysandú per la celebrazione eucaristica, il Pontefice ha fatto ritorno nella capitale per visitare il quartiere di Casavalle, toccando con mano le realtà di riscatto sociale, per poi concludere la giornata alla Universidad Católica del Uruguay.
Accolto dalla folla nella città litoranea di Paysandú, il Papa ha presieduto la Messa richiamando la figura del beato Jacinto Vera, definito il “vescovo gaucho”, che durante la storica difesa di Paysandú nel 1864 si installò sull’ Isola de la Caridad per assistere i feriti di entrambi gli schieramenti. Partendo dai simboli della regione, Leone XIV ha esortato i fedeli a coltivare l’unità: “Questa è la vocazione alla quale siamo tutti chiamati: costruire ponti, stringere legami, unire, comunicare, trasmettere la gioia della fede”.
Ricordando poi la tradizione del mate, simbolo di familiarità e condivisione, il Pontefice ha invitato la comunità a custodire le radici evangeliche con creatività.
Tornato a Montevideo, il Papa si è recato nella parrocchia di Nuestra Señora de Guadalupe (Nostra Signora di Guadalupe) a Casavalle, un quartiere poverissimo situato nella periferia nord di Montevideo. Il Papa ha lanciato un duro monito contro l’indifferenza che alimenta sacche di emarginazione dimenticate, un problema che interpella non solo l’Uruguay ma il mondo intero. Tra le emergenze maggiori della zona spicca la piaga della “pasta base” (una forma economica di crack), che altera le menti, alimenta la violenza e la guerra tra bande, trascinando intere famiglie nel vortice della miseria, in un’area dove, secondo le statistiche nazionali, una persona su due vive in condizioni di estrema povertà.
Recatosi nella parrocchia di Nuestra Señora de Guadalupe a Casavalle, il Pontefice ha visitato le nuove abitazioni realizzate grazie al sostegno dei benefattori della Papal Foundation, nate per sostituire le baracche in lamiera e cartone (chiamati cantegriles) e offrire un aiuto concreto alle famiglie.
Ascoltando le testimonianze locali, Leone XIV ha denunciato con forza le piaghe del quartiere: “Un figlio di questo Paese, così ricco di risorse, non dovrebbe andare a dormire senza aver mangiato, né dovrebbe rinunciare a un’istruzione e a un futuro dignitosi a causa dell’insicurezza che regna nelle strade. E tanto meno dovrebbe subire violenze al punto da arrivare a perdere la vita”.
Richiamando la parabola del buon samaritano, il Papa ha ribadito: “Non possiamo mettere a tacere la nostra coscienza quando constatiamo che una madre non ha i mezzi per sfamare i figli. Non possiamo ignorare che intorno a noi ci sono molte persone che soffrono, che sono sole e vulnerabili”, aggiungendo “dobbiamo lavorare uniti: la Chiesa, la società civile e lo Stato. Dobbiamo scuoterci dall’inerzia e impegnarci per il bene comune”.
Accanto a queste ombre, il Pontefice ha però voluto valorizzare “l’altra faccia della medaglia, ovvero l’azione di numerose istituzioni e persone di buon cuore che contribuiscono a promuovere la pace e aiutano le persone ad affrontare i propri bisogni in modo concreto”. Citando l’enciclica Fratelli tutti, il Pontefice ha ricordato che l’inclusione di chi soffre definisce ogni progetto sociale e politico, esortando a farsi prossimi come il buon samaritano per “costruire una nuova città, in cui nessuno sia escluso”
Altra tappa della giornata, prima della conclusione previsa per la veglia di preghiera allo Stadio Centenario, è stata la Universidad Católica del Uruguay, a trentotto anni dalla storica visita di san Giovanni Paolo II. Davanti a vescovi, autorità, docenti e studenti, il Papa ha incentrato il suo discorso sul valore della formazione cattolica, ammonendo contro le visioni riduzionistiche e ricordando che “l’essere umano è un’unità di corpo e anima”.
Attraverso una riflessione guidata dai cinque sensi, Leone XIV ha toccato i nodi cruciali del tempo presente: dalla contemplazione del creato all’uso etico della tecnologia, ammonendo sui rischi della disumanizzazione. Di fronte alle derive tecnologiche e ai conflitti globali, il Pontefice ha lanciato un duro monito: “l paradosso risulta sempre più evidente: mentre si attribuisce ‘intelligenza’ ai sistemi informatici, facciamo fatica a riconoscere la dignità inalienabile delle persone, le cui vite vengono giudicate in base al criterio dell’efficienza e che, quando vengono considerate non più produttive, vengono respinte e scartate”. Da qui l’invito alle istituzioni educative a formare persone capaci di ascolto, di discernimento e di pace, educando “alla persona nella sua interezza: corpo e anima, cuore e coscienza, intelligenza e volontà“.