NEW YORK - I prezzi del petrolio continuano a salire sotto la pressione del conflitto in Medio Oriente, con il Brent avviato verso un aumento mensile senza precedenti e il greggio statunitense tornato sopra i 100 dollari al barile per la prima volta dal 2022.
Nella seduta di ieri, il Brent ha chiuso a 112,78 dollari al barile, in lieve crescita dello 0,2 per cento, dopo aver toccato durante la giornata un picco di quasi 117 dollari. Il West Texas Intermediate (WTI), riferimento per il mercato americano, è salito invece del 3,3 per cento a 102,88 dollari, il livello più alto da oltre due anni.
Alla base del rialzo c’è l’allargamento del conflitto, iniziato il 28 febbraio con attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran e progressivamente esteso ad altri attori regionali. Negli ultimi giorni anche i ribelli Houthi dello Yemen, vicini a Teheran, sono entrati direttamente nello scenario colpendo Israele, aumentando il rischio di ulteriori tensioni sulle principali rotte energetiche.
Per ora non si registrano attacchi diretti al traffico nel Mar Rosso, snodo attraverso cui passa circa il 15 per cento del commercio marittimo globale. Tuttavia, gli analisti avvertono che un eventuale blocco dell’accesso meridionale al Mar Rosso potrebbe far salire i prezzi di altri 5-10 dollari al barile.
Ancora più rilevante è la situazione nello Stretto di Hormuz, il cui traffico è di fatto paralizzato dalle azioni iraniane. Questo passaggio è cruciale per circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto. La sua chiusura ha già spinto i prezzi del petrolio a crescere di circa il 57 per cento nel mese, il balzo più forte mai registrato nei dati disponibili dal 1988, superando anche l’impennata legata alla guerra del Golfo del 1990.
Il greggio statunitense ha segnato un aumento mensile del 53 per cento, il più marcato dal 2020.
Le dichiarazioni politiche continuano a influenzare i mercati. Il presidente Donald Trump ha ribadito che le infrastrutture energetiche iraniane potrebbero essere colpite se Teheran non riaprirà lo Stretto di Hormuz, nonostante abbia temporaneamente rinviato eventuali attacchi fino al 6 aprile.
Gli investitori restano cauti. “Il mercato chiede segnali concreti di de-escalation, non solo parole”, osservano gli analisti.
Nel frattempo, i Paesi del G7 hanno assicurato di essere pronti a intervenire per garantire la stabilità energetica globale, mentre la Federal Reserve statunitense ha indicato di voler attendere prima di valutare eventuali mosse sui tassi d’interesse, in attesa di capire l’impatto economico del conflitto.
In assenza di sviluppi diplomatici concreti, la tensione sui mercati energetici resta destinata a prolungarsi.