FIRENZE – Conta 669 traduzioni, in 192 tra lingue e dialetti. Tante ne ha censite, per Pinocchio, la Fondazione Nazionale Carlo Collodi, che quest’anno celebra il bicentenario della nascita di Carlo Lorenzini. In arte Collodi, appunto, nato a Firenze il 24 novembre 1826, giornalista, scrittore per adulti e ragazzi (tra i più pagati della sua epoca). E famoso in tutto il mondo come autore di Pinocchio.
Il suo capolavoro venne inizialmente pubblicato a puntate sul Giornale dei bambini, tra il 1881 e il 1883, con il titolo Storia di un burattino. Ma ha avuto adattamenti per il cinema (le ultime, in ordine di tempo, quelle di Roberto Benigni, nel 2002 e Guillermo del Toro, nel 2022) e la Tv (lo sceneggiato Rai di Luigi Comencini nel 1973).
È diventato un cartone animato Disney nel 1940, un animé giapponese, un musical firmato dai Pooh (2003), mentre Edoardo Bennato, già nel 1977, ne aveva fatto il suo album più popolare: Burattino senza fili.
Nel 1883, le puntate uscite sul Giornale dei bambini furono ampliate e raccolte in un unico volume, con le illustrazioni di Enrico Mazzanti. Ma l’edizione più famosa è quella del 1911 per Bemporad, con le immagini iconiche di Attilio Mussino.
Tra gli illustratori contemporanei che si sono misurati con la storia e i suoi personaggi, ci sono i nomi illustri dell’editoria italiana. E ognuno gli ha impresso il proprio mondo immaginario e il proprio stile.
C’è il Pinocchio di Guido Scarabottolo, grafico ed essenziale, lavorato per sottrazione, proprio come se l’artista avesse voluto fare emergere una forma intagliando un pezzo di legno. C’è quello di Andrea Rauch, costruito per macchie di colore e rapide pennellate su sfondo bianco, tutto istinto ed energia. C’è quello ipnotico di Lorenzo Mattotti, dove i personaggi sono concetti cromatici inglobati a loro volta nel colore. E c’è quello di Roberto Innocenti, attualmente il più famoso e internazionale degli illustratori italiani.
A lui, nel 2024, è stata dedicata la retrospettiva Illustrare il tempo (a Palazzo Medici Riccardi, a Firenze), il cui catalogo è pubblicato dalla casa editrice Sillabe di Livorno.

Roberto Innocenti.
Il “suo” Pinocchio (uscito per la prima volta in Svizzera nel 1988 e successivamente in Italia per la casa editrice La Margherita) è iper realista e ricchissimo di dettagli, con prospettive vertiginose e una cura maniacale del singolo particolare, che restituiscono una narrazione quasi cinematografica.
E pensare che Roberto, inizialmente, non voleva accettare il lavoro, “perché l’avevano già illustrato in tanti – ricorda –. Poi ho pensato di storicizzarlo e ambientarlo nell’anno e nel luogo dove il racconto è stato scritto”. Ovvero, l’Appennino pistoiese nella seconda metà dell’Ottocento.
“Non volevo fare illustrazioni di fantasia – continua –. Il luogo lo conoscevo, in più ho cercato fotografie. Il mondo architettonico è quello dell’epoca”. Lo stesso presente nei quadri dei Macchiaioli, come Giovanni Fattori e Silvestro Lega, che frequentavano gli stessi ambienti di Collodi.
“L’aspetto dei personaggi, invece, è quello dei contadini che vedevo quando ero piccolo – spiega –. Sono nato nel 1940 e l’aspetto dei contadini, dal 1884 ad allora, non era cambiato tanto, se non altro perché i poveri indossavano gli abiti smessi dei genitori o dei nonni, soprattutto quelli ‘della festa’, che duravano più anni dei vestiti da lavoro”.

L’edizione con le illustrazioni di Roberto Innocenti.
Come è nato, dunque, il Pinocchio di Innocenti? “Ho pensato a un tronco di legno, protagonista della prima scena – dice – . Un pezzo di legno che non ha avuto infanzia, non ha esperienze e a cui dicono di andare a scuola. Come reagirebbe? È impreparato a tutto, è ingenuo, crede a qualsiasi frottola”. A cominciare da quelle di due mascalzoni, il Gatto e la Volpe, che lo truffano con cinismo e perfidia.
“In quel pezzo di legno vedo me stesso – afferma Innocenti –. Sono cresciuto con la guerra, nemmeno io ho avuto un’infanzia. Ho conosciuto la fame, il freddo e la paura. Le stesse cose che vive Pinocchio nei vari capitoli del libro. Ci sono aspetti della storia molto tenebrosi”. Che sono quelli che lo rendono così attraente per i bambini.
Pinocchio sperimenta tutto. La fame e la paura, ma non solo. “Anche il desiderio, la solitudine, il male vestito da bene, rappresentato dall’Omino di burro, me anche il bene vestito da male, cioè Mangiafuoco. Viene accolto con tenerezza dalla Fata e poi respinto senza pietà”. Sono le parole di Daniela Marcheschi, presidente dell’Edizione Nazionale delle Opere di Carlo Lorenzini e autrice, sul tema, di saggi come Il naso corto – Una rilettura delle ‘Avventure di Pinocchio’ (Edb) e I luoghi del Collodi, i luoghi del Pinocchio (Ets).

Il saggio di Daniela Marcheschi.
Questa ricchezza di emozioni e situazioni, che solo un testo di registro comico consente di presentare tutte insieme, fa sì che Pinocchio eserciti da un secolo e mezzo una sorta di fascinazione, generatrice di una grande quantità di interpretazioni. “Molte delle quali non si basano su una conoscenza storica e filologica – afferma Marcheschi – ma su estro e improvvisazione”. Che attribuiscono a Collodi idee che non erano sue e concetti che non ha mai asserito, nemmeno in altri libri o in scritti giornalistici.
Non ha fondamento l’interpretazione esoterica, dato che Collodi non era massone. “E nemmeno la possibilità che la Fata Turchina rappresenti la socialista Anna Kuliscioff, dato che in alcuni scritti l’autore prende le distanze sia dalle lotte settarie, sia dell’anarco-socialismo di Proudhon”, aggiunge Marcheschi.
Ma il più clamoroso di questi errori è l’interpretazione autoritaria e moralistica del finale. L’ultimo capitolo, il 36°, si chiude con Pinocchio che finalmente si trasforma in essere umano e, osservando se stesso di legno, esclama: Com’ero buffo, quand’ero un burattino! E come ora son contento di esser diventato un ragazzino perbene!...
“In quel punto esclamativo, seguito da tre puntini di sospensione – dice Marcheschi – c’è tutto pensiero dell’autore, che non commenta il testo ma, grazie al registro comico, dialoga con il suo protagonista”. E lo deride, lo accusa di tradire il burattino che voleva trascendere la propria natura vegetale (il legno) e animale (il ciuchino in cui si trasforma nel Paese dei Balocchi).
“L’autore rimprovera al personaggio di aver rinunciato all’azione e abbandonato il campo delle sfide, di essersi ‘seduto’ – dice la ricercatrice –. Mentre Collodi, animato dagli ideali del Risorgimento, rilancia il tema della responsabilità: un popolo non dovrebbe mai rinunciare ad agire e tendere al progresso”.

Daniela Marcheschi.
Il pregiudizio autoritario e l’affanno moralistico riflettono in realtà una errata interpretazione storica del Risorgimento italiano. “Che i fascisti liquidarono come premessa al regime, la sinistra come socialismo non compiuto: ma Collodi era tutt’altro che un borghese rassegnato”.
In questo contesto va inserita l’uccisione del Grillo Parlante, che non è certo un maestro e nemmeno un educatore, ma un virtuoso del perché sì. “Uno che parla per tautologie e non ha proprio niente da insegnare”, commenta Marcheschi.
Tra i vari aspetti meno noti di Carlo Lorenzini, c’è il fatto che fosse sensibile ai temi dell’emancipazione femminile e interessato al dibattito sul nuovo ruolo della donna. “Leggeva Stuart Mill – osserva Marcheschi – ma anche Vincenzo Gioberti, politico del Regno di Sardegna, filosofo e sacerdote, che sosteneva che la donna doveva essere ‘compagna’ dell’uomo ed era contrario alla doppia morale che condannava l’adulterio femminile, ma non quello maschile”. Entrambi, per Gioberti, sono attentati all’unità della famiglia, considerata la cellula base della società. “Sulla stessa linea anche Giuseppe Mazzini, che esortava le donne all’emancipazione e a curare l’educazione dei nuovi italiani”, conclude.
Se Edmondo De Amicis, in Cuore, teorizza una divisione dei ruoli, dove il maschile rappresenta la norma e il femminile la tenerezza, in Pinocchio avviene l’esatto contrario. “La cura e la tenerezza spettano al padre Geppetto, mentre a dettare le regole è una donna, la Fata”, osserva Marcheschi.
Alla fine, Pinocchio resta un grande romanzo sull’infanzia e sul passaggio all’adolescenza. “Quello ‘buffo’ non è il burattino, ma il bambino, il cui corpo è destinato, con la pubertà, a crescere senza controllo, proprio come il naso”, conclude la studiosa. E il miracolo, l’avventura – ma anche l’impresa disperata – del diventare adulti sta tutta nella prima scena, in quel pezzo di legno di catasta (quindi vivo, in grado di germogliare) che Geppetto, come avrebbe detto Danilo Dolci, riesce a sognare.