ADELAIDE - La decisione dell’Adelaide Festival di cancellare la Writers’ Week dopo un boicottaggio di massa da parte degli autori ha acceso un nuovo fronte di polemica sul ruolo delle lobby e sui limiti della libertà di espressione nel dibattito pubblico australiano.
Al centro della vicenda c’è l’esclusione dal programma della scrittrice palestinese-australiana Randa Abdel-Fattah, scelta che ha innescato una reazione a catena culminata nelle dimissioni della direttrice del festival, Louise Adler.
Annunciando il suo passo indietro, Adler ha parlato apertamente di pressioni “estreme e repressive” esercitate da ambienti filo-israeliani, sostenendo che la decisione del consiglio del festival abbia indebolito la libertà di parola e danneggiato la credibilità dell’evento. L’esclusione di Abdel-Fattah, critica verso le operazioni militari israeliane a Gaza, è stata letta da molti come un segnale di crescente intolleranza verso posizioni scomode nel mondo culturale.
Secondo lo scrittore e giornalista indipendente Antony Loewenstein, ebreo e membro del Jewish Council of Australia, dinamiche di questo tipo rischiano di produrre effetti controproducenti. A suo avviso, tentativi percepiti come opachi o aggressivi di silenziare voci critiche possono alimentare stereotipi negativi e, paradossalmente, contribuire a un aumento dell’antisemitismo invece che contrastarlo. Un rischio che, secondo Loewenstein, riguarda soprattutto la percezione di chi osserva dall’esterno della comunità ebraica.
Il caso di Adelaide non è isolato. Episodi simili si sono verificati in altri festival letterari australiani, dove codici di condotta e scelte organizzative sono stati accusati di limitare il dibattito su Gaza. Anche nel mondo dei media, una recente sentenza federale ha stabilito che un’emittente pubblica ha ceduto a una campagna coordinata di email, licenziando illegittimamente una giornalista per un post legato al conflitto.
Nel frattempo, l’Adelaide Festival tenta di riorganizzarsi. Dopo le dimissioni a catena del precedente consiglio, la guida è tornata a una presidente ad interim, con l’obiettivo di stabilizzare una manifestazione considerata centrale per la vita culturale dello Stato. Il governo del South Australia, per voce del premier Peter Malinauskas ha invitato a “ricompattare” il settore artistico, respingendo le accuse di interferenze politiche dirette.
Resta però aperta una questione più ampia: fino a che punto istituzioni culturali, sotto pressione politica e mediatica, riescono a difendere il pluralismo delle idee. Il caso di Adelaide mostra come il confine tra sensibilità, sicurezza e libertà di espressione sia diventato sempre più sottile, e come ogni decisione in questo terreno rischi di produrre fratture profonde, ben oltre il perimetro di un singolo festival.