‘AAA cercasi opposizione con un minimo di coraggio e qualche idea per riparazione urgente del Paese e sopravvivenza del Partito liberale’.
Gli arrabbiati, gli amanti degli slogan in stile Trump incentrati sull’orgoglio nazionale e coloro che apprezzano le risposte immediate, senza curarsi troppo del come attuarle, sanno già che possono rivolgersi a One Nation.
Pauline Hanson, anche sabato a Melbourne, alla presentazione ufficiale della nutritissima squadra ‘orange’ per le prossime elezioni statali nel Victoria, ha ricevuto un’accoglienza da pop star.
Qualcosa che Angus Taylor si può sicuramente scordare: ancora qualche mese di invisibilità e silenzi e, inevitabilmente, si ricomincerà a parlare di leadership e di terzo esperimento fallito per un partito che non riesce a rialzare la testa.
Nonostante la crescente impopolarità del primo ministro Anthony Albanese e del suo governo, i sondaggi, infatti, non premiano di certo i liberali, che restano relegati al terzo posto nella classifica delle intenzioni di voto.
Gli ultimi rilevamenti Newspoll, prima del nuovo aumento dei tassi di interesse di martedì scorso, hanno registrato un nuovo calo laburista con discesa al 27%, dietro a One Nation al 30%, con la Coalizione ormai drammaticamente staccata e ferma al 19%.
Eppure le circostanze non potrebbero essere più favorevoli per Taylor e la sua squadra: interessi che continuano a salire, prezzi delle case in preoccupante calo, inflazione che rimane ostinatamente alta, salari che non si muovono, disoccupazione in aumento, crescita balbettante, linea piatta della produttività, debito record e carico fiscale al 24,1% del Prodotto interno lordo, ad un passo dal tetto storico del 24,2% durante il governo Howard.
In condizioni normali, una situazione simile rappresenterebbe un’occasione politica importante per l’opposizione. Ma la politica australiana attraversa ormai una fase tutt’altro che normale tra insoddisfazione, preoccupazione, populismo e ricerca di equilibri perduti.
La difficoltà principale per il governo non riguarda soltanto la gestione dell’economia, ma la capacità di difendere il proprio modello politico in un contesto molto più ostile e sicuramente ‘disordinato’.
Albanese ha rivendicato il ruolo storico del suo partito, sostenendo che soltanto un governo laburista sia disposto a realizzare grandi trasformazioni. Il ministro del Tesoro Jim Chalmers, dal canto suo, ha accusato la Coalizione e One Nation di alimentare una politica di negatività permanente.
Tuttavia, la questione centrale non è più soltanto lo scontro politico: è se il governo riuscirà a dimostrare di essere in grado di amministrare un periodo di difficoltà economica prolungata, sicuramente complicato dallo stato di tensione e imprevedibilità costante creato dalle guerre in Ucraina e in Medio Oriente.
La Reserve Bank of Australia (RBA) ha portato, la scorsa settimana, il tasso ufficiale di sconto al 4,6%, il livello più elevato degli ultimi quindici anni.
E, secondo la stessa governatrice della Banca centrale, Michele Bullock, se non ci saranno segnali più chiari di stabilizzazione sul fronte dell’inflazione, ci potrebbero essere ulteriori correzioni monetarie nei prossimi mesi.
Per milioni di famiglie il cambiamento è significativo, ma iI problema dei quattro aumenti consecutivi di quest’anno non riguarda, ovviamente, soltanto i proprietari di case. Una politica monetaria restrittiva tende, infatti, a frenare anche gli investimenti, la costruzione di nuove abitazioni e la spesa delle imprese.
Michele Bullock, uscendo dallo spartito ufficiale della RBA per spiegare gli ultimi rincari del costo del denaro, ha indicato come una delle cause fondamentali dell’inflazione australiana la domanda interna che continua a superare la capacità dell’economia di offrire beni e servizi.
“La guerra in Medio Oriente ha aggravato la situazione – ha detto -, soprattutto attraverso l’aumento dei prezzi energetici, ma non ne rappresenta l’origine”.
Una verità scomoda per il governo perché se una parte significativa dell’inflazione è di origine domestica, allora la politica economica nazionale diventa direttamente responsabile, almeno in parte, della risposta necessaria.
Uno degli aspetti più controversi di questo quadro generale che ha messo , nonostante le smentite di rito, un po’ in rotta di collisione Bullock e Chalmers, riguarda proprio l’espansione della spesa governativa salita al 26,9% del Pil, il livello più elevato degli ultimi quarant’anni.
Il governo difende le proprie scelte sottolineando gli investimenti nella sanità, nell’assistenza all’infanzia, nel National Disability Insurance Scheme (NDIS), nella difesa, nelle energie rinnovabili, negli istituti professionali: politiche che, secondo Albanese, rappresentano una parte importante dell’identità laburista.
Un impegno costante per migliorare la qualità di vita dei cittadini. Diversi economisti, però, sostengono che il governo avrebbe dovuto essere più prudente.
L’ex governatore della Reserve Bank, Phil Lowe, per esempio, ha criticato la scelta di mantenere deficit significativi in un periodo caratterizzato da occupazione elevata e prezzi delle materie prime estremamente favorevoli.
Anche gli ex segretari del Tesoro, Ken Henry e Martin Parkinson, hanno espresso preoccupazioni sulla sostenibilità della politica di bilancio.
Il tema diventa ancora più importante guardando al futuro.
Se i deficit resteranno strutturali per decenni, il governo dovrà destinare una quota crescente delle proprie entrate al pagamento degli interessi sul debito (con ammissione ieri, in un’intervista televisiva, del ministro del Tesoro almeno per ciò che riguarda i conti a medio termine, come sarà evidenziato nel documento di revisione di bilancio di fine anno).
Dietro la crisi dei tassi e dell’inflazione c’è però una questione ancora più profonda: la produttività che rimane estremamente debole.
Il governo continua comunque a sostenere che l’intelligenza artificiale permetterà di affrontare il problema anche se, come ha fatto osservare una scettica Bullock, “per ora, ci sono ancora poche prove concrete di un impatto significativo dell’AI sul lato dell’offerta dell’economia”.
Affidarsi esclusivamente a questa tecnologia sarebbe quindi rischioso. La produttività dipende anche da infrastrutture, formazione, competenze, regolamentazione, investimenti privati, concorrenza e qualità delle istituzioni.
Opportunità a non finire quindi per la Coalizione di rilanciare il proprio ruolo e la propria credibilità sul campo tradizionalmente amico dell’economia.
Per questo l’attuale silenzio in merito sorprende e preoccupa, oltre a lasciare ampi spazi a Pauline Hanson per intercettare un malcontento sempre più diffuso.
E poco sembra importare agli elettori che la valvola di sfogo che hanno trovato per manifestare il loro disappunto non comprenda particolari proposte per affrontare tutta la serie di problemi che Albanese e Chalmers, con le loro decisioni, continuano ad alimentare.
L’Australia non è necessariamente diretta verso una recessione tecnica, ma molte famiglie possono vivere condizioni simili a quelle di una recessione.
La capacità del governo di adattarsi a questa nuova fase, e quella dell’opposizione di presentare alternative concrete allo status quo, saranno quindi elementi centrali del confronto politico nei prossimi mesi. Nel frattempo è One Nation a raccogliere i delusi.
Poco meno di un migliaio si sono dati appuntamento sabato al Crown Casino di Melbourne per salutare i 112 candidati alle prossime elezioni statali.
Entusiasmo alle stelle con la musica arrabbiata degli AC/DC. Boato di approvazione quando un candidato più entusiasta degli altri ha dichiarato che se One Nation vincerà le elezioni “Daniel Andrews e Jacinta Allan saranno in prigione entro Natale”.
“Riprendiamoci il Victoria” lo slogan dell’apertura della campagna elettorale tra musica assordante, video e cori da stadio per Pauline Hanson, in quelle che sono state presentate come le prove generali della marcia su Canberra: “Prima il Victoria, poi il resto del Paese”.
Con la leader federale che, riprendendo una dichiarazione del premier Ben Carroll - che in un’intervista aveva detto che One Nation lo terrorizzava -, ha ironizzato dicendo che se fosse lei la premier sarebbe terrorizzata molto di più da altre cose, come: “i 15 miliardi di dollari dati al sindacato CFMEU”; avere dei “criminali delle bande dei motociclisti sul libro paga del governo”; un debito di oltre 200 miliardi e permettere a bande armate di coltelli e machete di terrorizzare gli abitanti del Victoria nelle loro case”.
Un volumetto di proposte che prevedono anche la cancellazione del controverso Suburban Rail Loop e il trattato con la popolazione indigena, ma nessun dettaglio sui costi.
“Prima il Victoria, poi l’Australia”. A questo punto c’è davvero da augurarsi che qualcuno risponda in fretta a quell’annuncio.