Nessuno poteva aspettarselo: diverse le circostanze, diversi i motivi, ma su pressioni e conseguenze, specie dal punto di vista economico, rispuntano ricordi e paure. Il Covid ha stravolto le nostre vite, ha inferto all’Australia, come alla maggior parte del resto del mondo, enormi danni, gravando enormemente sui bilanci a causa delle contromosse necessarie a mantenere un minimo di ‘ordine’ e normalità sia per ciò che riguarda le attività commerciali, sia per ciò che concerne l’impiego e le famiglie. La crisi innescata dall’assurda guerra scatenata dagli Stati Uniti e Israele in Medio Oriente, al contrario di quella generata dall’emergenza Covid, però era sicuramente evitabile. Cercata e non inaspettata: improvvisa, ma voluta senza ragionarci troppo su conseguenze e risultati da raggiungere, tanto da cercare ora di uscirne in qualche modo facendo finta di aver ottenuto qualcosa. 

Guerra devastante per tutti, che sta imponendo fortissime nuove tensioni in Australia (che sembra non avere imparato assolutamente nulla dall’emergenza sanitaria di solo pochi anni fa) sulle catene di approvvigionamento, sulle imprese, sui governi federale e statali e sull’opinione pubblica stravolta dall’impatto di prezzi che salgono, restrizioni che minacciano nuovamente il nostro modo di vivere, recriminazioni, polemiche su quello che si è fatto, che si sta facendo e che si dovrebbe fare.
L’emergenza Covid ha condannato il governo Morrison, la crisi della guerra all’Iran sta mettendo a durissima prova, dopo sole quattro settimane, le capacità di reazione e resistenza del governo  Albanese, soprattutto (per ora)  per l’impatto che sta avendo sul carburante, con tutte le conseguenze immediate, e quelle anticipate, che si porta dietro. Sotto esame, in questa crisi senza obiettivi e un giornaliero ping-pong  di minacce e ultimatum, anche i rapporti con gli Stati Uniti e un presidente che ha sconvolto, con la sua imprevedibilità, ogni tipo di equilibrio mondiale. 

Il direttore esecutivo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, Fatih Birol, in visita in questi giorni in Australia, ha dipinto un quadro chiarissimo dell’attuale situazione: “Il mondo – ha detto - sta affrontando la più grande minaccia alla sicurezza energetica globale della storia”. E Angus Taylor, Matt Canavan, Barnaby Joyce e commentatori vari posso attaccare il governo finché vogliono, ma le responsabilità sulla crisi del carburante che sta attanagliando il Paese parte da molto più lontano che dal blocco delle ultime settimane dello stretto di Hormuz. 

La crisi è una conseguenza diretta delle riserve che l’Australia ha, attraverso gli anni, ridotto arrivando ad un solo mese di scorte di benzina (39 giorni secondo i dati ufficiali resi noti sabato dal ministro dell’Energia, Chris Bowen), diesel (30 giorni) e carburante per aerei (30 giorni). Responsabilità questa da attribuire ad un’intera generazione di politici, di ogni schieramento, che hanno permesso a questo Paese di arrivare al punto in cui il 90% dei carburanti liquidi è importato, dando per scontato che le linee di approvvigionamento non sarebbero mai venute meno. Un fallimento politico totale, dato che l’Australia sta addirittura violando (e lo sta facendo dal 2017) i suoi obblighi verso l’Agenzia Internazionale dell’Energia che prevede di mantenere riserve di carburante almeno per 90 giorni.
Crisi, paure e dibattito aperto anche su come il primo ministro Anthony Albanese e il responsabile dell’Energia, Bowen, stanno portando avanti avvertimenti e rassicurazioni, oltre all’efficacia con cui Canberra sta negoziando per assicurarsi maggiori forniture da altri Paesi (oggi il Parlamento darà il via libera - se opposizione o indipendenti vari saranno della partita - ad una misura straordinaria per coprire i costi supplementari per garantire l’arrivo extra di carburanti in Australia, indipendentemente dai prezzi dettati dai mercati internazionali) e quali altri piani saranno adottati (assieme agli Stati, convocati per un vertice sulla crisi – servizio a pag.12) per affrontare i giorni sempre più difficili che abbiamo davanti fino a quando Trump non troverà il modo di uscire dall’emergenza che ha provocato. 
Il governo Albanese non ci sta per ciò che riguarda la raffica di critiche alla quale è giornalmente sottoposto, soprattutto sulle scorte limitate e l’ottimismo ostentato da Bowen su navi in arrivo che non mettono il Paese a rischio di paralisi. Sia il capo di governo che il suo super militante ministro delle rinnovabili, insistono sul fatto che i problemi alle pompe derivano soprattutto dall’aumento della domanda dettata dal ‘panico’ generato da quelli che, il ministro dell’Energia, considera inutili allarmismi, alimentati da “un’opposizione che in questo difficile momento rema contro gli interessi del Paese”.  

Governo quindi al lavoro per cercare di evitare una vera e propria crisi nazionale, intensificando i contatti con alcuni Paesi asiatici per garantire che la catena di approvvigionamento rimanga intatta. Rassicurazioni giornaliere, ma file sempre più lunghe ai distributori con ancora benzina e diesel che salgono di prezzo mentre, come in tutte le crisi che si rispettino, vengono puntualmente ignorati gli inviti ad acquistare “solo ciò di cui si ha bisogno”. Mentre ad un orizzonte che potrebbe essere ormai lontano solo poche ore, si potrebbe arrivare a qualche tipo di razionamento e/o a una riduzione temporanea dell’accisa sui carburanti, come invocato dall’opposizione (Taylor ha ribadito ieri la sua richiesta al governo di dimezzare l’imposta fissa del 53% per litro applicata alla pompa; “La nostra proposta ridurrà il prezzo del carburante di 26 centesimi al litro,” ha affermato).

La guerra in Medio Oriente ha indubbiamente messo più che in evidenza la realtà che petrolio e gas continuano ad avere un ruolo di primissimo piano nell’economia del Paese. L’aumento dei costi si sta già, infatti, riversando sui beni di uso quotidiano. Gli idrocarburi sono ovunque: se non contribuiscono a produrre un bene, lo trasportano. E promesse ed interventi straordinari come quelli annunciati sabato dal primo ministro, garantendo l’acquisto di carburante aggiuntivo dal mercato internazionale – secondo il piano d’emergenza, le grandi compagnie petrolifere continueranno ad acquistare carburante, ma il governo si assumerà il rischio finanziario delle spedizioni extra per soddisfare la domanda non coperta da contratti già stipulati, che altrimenti potrebbero risultare troppo costose -, sono una misura indubbiamente opportuna che evidenzia però l’assurdità che una nazione insulare ricca di combustibili fossili abbia perso volutamente la capacità di produrre e raffinare il proprio carburante.  Ennesima lezione da imparare? Il Covid ci aveva ‘insegnato’ che non si può dipendere totalmente dall’estero per ciò che riguarda medicinali, vaccini e attrezzature mediche. Un po’ tutti avevano assicurato il cambio di passo, il nuovo corso del ‘made in Australia’, che il problema sarebbe stato risolto e invece siamo ancora qui ad aspettare qualcosa di concreto: passata la paura, e tutto è diventato subito troppo costoso, troppo difficile o politicamente scomodo.
Ora una nuova diversa minaccia e quando la situazione si calmerà, il mondo riorganizzerà le proprie priorità. La sicurezza energetica tornerà a essere la preoccupazione centrale dei governi ovunque, ma il pericolo per l’Australia è quello di trarre la lezione sbagliata e di sprecare questa crisi. I primi segnali sono preoccupanti. La risposta che sta prendendo forma, infatti, è quella di raddoppiare la scommessa su un sistema elettrico basato su una generazione intermittente, supportata dallo stoccaggio, nella convinzione che elettrificare tutto garantirà la sicurezza. Non sarà così. Si rischia di sostituire una vulnerabilità con un’altra e di costruire un modello unico di operatività energetica. Se quel sistema fallisce, fallisce tutto.  

La guerra all’Iran e la crisi in corso permette all’Australia di prendersi un attimo di pausa e di fare un’onesta riflessione: può sfruttare i vantaggi che possiede in carbone, gas, uranio e, potenzialmente, petrolio, oppure può sprecarli. Maggiore efficienza, più rinnovabili, più veicoli elettrici, opportunità da non perdere per espandere l’estrazione dei minerali critici che sostengono questa transizione, ma la realtà immediata è che il mondo funziona ancora grazie agli idrocarburi e continuerà a farlo per decenni. Con importanti fornitori di petrolio e gas fuori gioco, c’è una chiara opportunità per l’Australia di colmare il vuoto, rafforzare la propria economia e costruire sicurezza e resilienza contro future emergenze.