TUCUMÁN - Dopo vent’anni di indagini, polemiche e presunti depistaggi, inizia oggi a Tucumán un nuovo processo per l’omicidio di Paulina Lebbos, la studentessa universitaria di 23 anni scomparsa nel 2006 e ritrovata morta pochi giorni dopo.
Sul banco degli imputati siedono Víctor César Soto, ex compagno della giovane e padre di sua figlia, accusato di essere l’autore del delitto, e Sergio Kaleñuk, imputato per presunto favoreggiamento.
Il dibattimento, che secondo le previsioni durerà almeno due mesi, si svolgerà davanti al tribunale composto dai giudici Gustavo Romagnoli, Luis Morales Lezica e Fabián Fradejas, mentre l’accusa è rappresentata dal pubblico ministero Carlos Sale. Il procedimento era inizialmente previsto per il 2 marzo, ma è stato rinviato a causa di un cambio nella procura.
Il processo rappresenta una nuova tappa in una vicenda giudiziaria lunga e complessa che, in due decenni, ha già portato a quattro processi e nove condanne, soprattutto per reati di favoreggiamento e depistaggio delle indagini.
Tra i condannati figurano l’ex procuratore Carlos Albaca, condannato nel 2021 a sei anni di carcere per favoreggiamento aggravato, e diversi ex funzionari di alto livello della sicurezza provinciale, tra cui l’ex segretario alla Sicurezza Eduardo Di Lella e gli ex capi della polizia Hugo Sánchez, Nicolás Barrera e Héctor Rubén Brito.
Le indagini iniziali furono infatti segnate da numerose irregolarità. La polizia modificò i verbali relativi al ritrovamento del corpo per far credere che fosse stato scoperto durante un normale rastrellamento, uno dei primi segnali di una catena di anomalie che, secondo la famiglia, ha permesso anni di impunità.
Il padre della vittima, Alberto Lebbos, diventato nel tempo un simbolo della lotta contro l’impunità nella Provincia, continua a denunciare l’esistenza di “una struttura di potere che protegge i responsabili”.
Paulina Lebbos scomparve nella notte del 26 febbraio 2006, dopo essere uscita a festeggiare con un’amica la promozione a un esame universitario in un locale. All’uscita le due salirono su un taxi privato.
Secondo la prima versione fornita dall’amica, Virginia Mercado, Paulina la lasciò a casa e poi si diresse verso l’abitazione di Soto, in calle Estados Unidos 1250, a San Miguel de Tucumán. Da quel momento non fu più vista viva.
Il suo corpo fu ritrovato 13 giorni dopo, l’11 marzo 2006, sul ciglio della ruta 341, nei pressi di Tapia, a circa 30 chilometri dalla città. Le perizie stabilirono che il cadavere era stato abbandonato nello stesso giorno dell’omicidio.
Secondo la ricostruzione del pubblico ministero, nella mattina del 26 febbraio Paulina sarebbe entrata nell’appartamento di Soto, con cui aveva una relazione segnata da conflitti e episodi di violenza. Lì sarebbe scoppiata una discussione.
L’accusa sostiene che Soto, approfittando della sua superiorità fisica, l’avrebbe afferrata al collo e strangolata, fino a provocarne la morte per asfissia. Successivamente avrebbe chiesto aiuto a Sergio Kaleñuk per trasportare e abbandonare il corpo, nel tentativo di assicurarsi l’impunità.
Per il procuratore Sale, il comportamento di Soto dopo la scomparsa della giovane — segnato da contraddizioni e da una scarsa partecipazione alle ricerche — è incompatibile con quello di una persona ignara dei fatti.
Nel corso degli anni il caso è stato caratterizzato da testimonianze contraddittorie e da falsi racconti. Dopo uno dei precedenti processi furono aperte circa 30 indagini per falsa testimonianza e diversi testimoni furono arrestati direttamente in aula.
Recentemente anche Virginia Mercado, l’amica che accompagnò Paulina la notte della scomparsa, ha ammesso davanti alla giustizia di aver mentito e omesso informazioni, riconoscendo di aver contribuito all’insabbiamento del crimine dopo essere stata accusata di favoreggiamento per inconscruenenze della sua testimonianza.
Il tentativo della difesa di ottenere per lei un processo abbreviato è stato però respinto dal giudice Patricio Prado quando, al momento della sua dichiarazione, nonostante l’ammissione del reato, la donna ha detto di non ricordare gli eventi attorno alla morte dell’amica e di non poter prestare ulteriore testimonianze, nonostante le suppliche del padre di Paulina, che era presente in tribunale.
Fin dall’inizio Alberto Lebbos e sua moglie Rosa del Carmen Racedo indicarono Soto come il principale sospettato. Tuttavia, quella pista non fu adeguatamente investigata.
Rosa Racedo, morta poco dopo il delitto della figlia, dichiarò nel 2006 che Paulina subiva “persecuzioni e molestie” da parte dell’ex compagno. La sua testimonianza è stata letta in aula, durante uno dei processi successivi, insieme ad altre simili prestate da amici della vittima.
Nonostante questo, gli investigatori non sequestrarono né il telefono né la scheda Sim dell’uomo, che avrebbero potuto fornire informazioni decisive sui suoi movimenti e sui contatti nelle ore della scomparsa.
Soto non venne mai arrestato nelle prime fasi dell’indagine e una fodera di cuscino sequestrata nella sua abitazione — sulla quale si sospettava la presenza di macchie di sangue — non fu mai acquisita tra le prove del processo. Paradossalmente, gli fu perfino permesso di costituirsi come parte civile nel procedimento.
Le anomalie emersero anche sul piano delle prove scientifiche. Il procuratore Diego López Ávila, che proseguì l’inchiesta dopo Carlos Albaca, riconobbe che i campioni biologici raccolti non erano idonei per le analisi del Dna,, perché non erano stati conservati correttamente.
Nel corso delle indagini e dei processi successivi si registrarono inoltre numerose contraddizioni nelle testimonianze: diversi testimoni sostennero di non ricordare i fatti, oppure modificarono le dichiarazioni precedenti,. tanto che dopo il secondo processo furono aperte circa trenta indagini per falsa testimonianza e molti testimoni furono arrestati direttamente in aula.
A complicare ulteriormente l’inchiesta contribuirono anche errori nelle richieste dei tabulati telefonici. Come emerse durante il terzo processo, il procuratore Albaca chiedeva informazioni alle compagnie telefoniche utilizzando un numero errato, impedendo così di ricostruire dove si trovasse Soto il giorno della scomparsa di Paulina.
Solo molti anni dopo, grazie a nuove verifiche sui registri telefonici, fu possibile avanzare formalmente l’accusa nei suoi confronti.
Il nuovo processo riguarda i presunti legami tra Soto e ambienti vicini al potere politico e sportivo della provincia.
L’uomo aveva rapporti con la barra brava, ovvero gli ultras dell’Atlético Tucumán, e con i dirigenti del club, gruppi di grande peso politico ed economico, grazie al controllo di affari legati agli stadi (spesso anche vincolati ad attività criminali) e ai loro legami con il governo provinciale.
Secondo l’accusa, il giorno della scomparsa di Paulina, Soto ebbe numerose comunicazioni telefoniche con Sergio Kaleñuk, dirigente sportivo e figlio del segretario privato dell’allora governatore José Alperovich. I tabulati mostrano inoltre contatti con Nicolás Barrera, ex vicecapo della polizia, poi condannato per favoreggiamento.
Anche i figli dell’ex governatore, Daniel e Gabriel Alperovich, furono indagati e sottoposti anche a test del Dna, ma furono successivamente prosciolti per mancanza di prove.
La decisione di portare a processo Soto e Kaleñuk fu presa nel 2019 dai giudici Carlos Caramuti, Dante Ibáñez e Rafael Macoritto, che ordinarono di approfondire la loro responsabilità penale prima che il caso potesse cadere in prescrizione.
Ora, a vent’anni dall’omicidio, il nuovo processo rappresenta per la famiglia Lebbos e per l’opinione pubblica di Tucumán un momento decisivo per fare luce su uno dei casi più emblematici di impunità nella provincia. I giudici avranno il compito di stabilire se finalmente esistono prove sufficienti per dare giustizia a Paulina.