Pochi ci avevano creduto fino in fondo: “One Nation è diventato il secondo partito nei sondaggi, ma quando verrà il dunque, quando gli australiani si troveranno con la matita in mano, la ‘normalità’ avrà la meglio”, dicevano in molti. ‘Il Queensland è una cosa, il resto dell’Australia è un’altra: altro mondo, altri problemi, altre priorità’. L’abbiamo scritto più volte anche noi, anche se le divisioni tra i liberali e la crescente irritazione dei nazionali, sfociata in due rumorosi temporanei divorzi, qualche dubbio avevano cominciato a crearlo su spazi politici lasciati sempre più vuoti, da riempire con qualsiasi idea, ancora meglio se facilmente comprensibile.
E così mentre Sussan Ley e David Littleproud davano vita alla più pubblica delle separazioni e alla meno sincera delle rappacificazioni e Angus Taylor si preparava al cambio al vertice che più annunciato non avrebbe potuto essere, l’ex vice primo ministro Barnaby Joyce optava per un nuovo inizio a fianco di Pauline Hanson.
Una serie di eventi che mettevano in evidenza, da una parte un’indifferenza totale nei confronti dei propri elettori tradizionali e un completo disinteresse a cercarne dei nuovi; dall’altra la convinzione di poter intercettare i delusi e gli arrabbiati facendo campagna vera da subito, con due obiettivi a breve termine per capire e far capire che i sondaggi erano veri e che quel secondo posto sulla scala delle intenzioni di voto era una nuova realtà con cui dover fare i conti. Le elezioni del South Australia come primo banco di prova e poi l’assalto, che verrà, al seggio federale di Farrer, abbandonato in fretta e furia da Ley.
Sabato scorso conferme a tutto campo, dimostrando, tra l’altro, che il Partito liberale non sta più semplicemente perdendo voti, ma sta perdendo qualsiasi tipo di credibilità come forza politica. La sua sopravvivenza in uno Stato dominato come non mai dai laburisti - guidati con autorità e indubbio personalissimo seguito da Peter Malinauskas - la deve soprattutto ai vincitori della prova elettorale di qualche giorno fa che, con i loro voti preferenziali, lo sta tenendo a galla in numerosi seggi che, altrimenti, sarebbero passati nelle mani di One Nation.
La formazione Hanson-Jones, alla quale nel South Australia si è aggregato l’ex senatore liberale Cory Bernardi, ha ottenuto il suo miglior risultato elettorale di sempre, dimostrando che i sondaggi avevano perfettamente ragione per ciò che riguarda la sua crescita e, soprattutto, la sua tenuta.
Mentre lo scrutinio continua, One Nation si attesta vicino al 22% dei voti - davanti ai liberali, intorno al 19% - che confermerà ai nuovi terzi incomodi la conquista di almeno uno o due seggi alla Camera, che sarebbero stati già almeno quattro o cinque se le preferenze dei laburisti non avessero rovesciato i verdetti popolari (voti primari) dei collegi di Flinders, Chaffey e Schubert, quest’ultimo detenuto dalla leader liberale Ashton Hurn.
Ma a prescindere di come andrà a finire numericamente, proprio grazie al sistema elettorale australiano che fa contare ogni singolo voto ai fini del risultato finale, i liberali farebbero bene - come ha spiegato in un’intervista radiofonica, l’ex stratega laburista (ora alla guida dell’agenzia di rilevamenti demoscopici Redbridge) Kos Samaras - a non ignorare il fatto che potrebbero non essere più visti come la naturale alternativa ai laburisti. “Una volta che gli elettori delle periferie e delle aree regionali smettono di considerarti l’altra opzione, e convogliano il loro desiderio di risposte verso One Nation, si potrebbe creare una nuova tendenza destinata a crescere e diffondersi”.
Da leggere quindi con attenzione, dal fronte liberarle, anche in un’ottica federale, ma soprattutto in vista delle elezioni statali nel Victoria di fine anno, quello che è successo nel South Australia: i laburisti dell’invincibile Malinauskas hanno stravinto occupando il centro della scena politica che i liberali, impauriti e confusi, hanno di fatto abbandonato cercando soluzioni più a destra, su un territorio in cui si muove con naturalezza proprio One Nation. Una perdita di tempo e di consensi, una tentazione che parte da lontano e che sta interessando (a loro rischio e pericolo) anche i liberali federali.
Campanelli d’allarme da non ignorare anche per i laburisti perché la crescita della squadra super galvanizzata (e ormai apertamente pubblicizzata dai media) della Hanson - che, tra l’altro, numeri alla mano comincia a cercare più risorse anche per ciò che riguarda l’organico e i fondi a livello federale -, potrebbe cominciare a insidiare anche qualche collegio particolarmente sensibile in questi tempi di grandi instabilità e preoccupazione sociale ed economica. Attenzione quindi alle letture superficiali della protesta e insoddisfazione nei confronti dei maggiori partiti che sfocia in One Nation. Emblematica l’interpretazione dei deludenti risultati liberali del momento del deputato del Western Australia e leader in attesa del ‘momento giusto’ Andrew Hastie: “Dobbiamo adattarci o morire. L’unica cosa che possiamo controllare siamo noi stessi. Se fossimo un team di Formula 1, saremmo tornati in fabbrica a costruire una macchina più veloce e più efficiente. È così semplice. È così che si vince”.
Il nuovo capo dei nazionali, Matt Canavan, ha ironizzato sui festeggiamenti del terzo posto di One Nation nel South Australia, attaccando il partito della Hanson per avere reso la vittoria laburista ancora più schiacciante non assegnando le preferenze ai liberali: “Se le persone vogliono un cambio di governo, devono sostenere una squadra che possa sottrarre seggi ai laburisti, non rimescolare il voto conservatore”, ha affermato, aprendo la strada alle considerazioni dell’ex premier (liberale) del Victoria, Jeff Kennett, che ha apertamente auspicato una missione congiunta Coalizione-One Nation per assicurarsi che i laburisti, nonostante la loro abissale impopolarità non la spuntino ancora nelle elezioni di novembre in uno Stato in ginocchio. Una certa logica negli intenti, ma una necessaria e non facile operazione di realismo perché è chiaro che One Nation non è di certo un ‘amico’ dei liberali e che il suo voto andrebbe quindi indebolito, ma al tempo stesso esiste una necessità pratica del momento di massimizzare il flusso di preferenze del partito di ‘protesta’ verso la Coalizione perché il fine ultimo è quello di sconfiggere i laburisti.
È l’ora dei massimi tatticismi. I liberali sono infatti chiamati a un doppio gioco: escludere gli attacchi semplicistici contro Hanson e la sua squadra, stabilendo alleanze con lei ma allo stesso tempo differenziarsi da One Nation, sottolineando quanto è più possibile di non sprecare il voto, perché “non potrà mai governare”. Magari ricordando che, come ha fatto osservare Matt Canavan, in trent’anni di critiche, proteste e condanne non ha mai realizzato nulla di concreto “nemmeno una singola diga, una singola strada, un singolo ospedale”.
I liberali devono quindi evitare un dibattito controproducente sul fatto di spostarsi più verso il centro o più verso destra per contrastare Hanson, ma devono agire in proprio, come alternativa di governo cercando le necessarie pratiche alleanze sul fronte del voto anche con avversari, da trattare come tali, come la Hanson. Nessun progetto di Coalizione allargata quindi, sarebbe deleterio e nessun compromesso programmatico, ma massimo realismo e massima praticità. In ballo non solo il successo alle urne, ma la sopravvivenza, l’evitare cioè di distruggere passo dopo passo, elezione dopo elezione il partito. Ogni posizione sostenuta da Hanson è legata al messaggio: “Ripristinerò il Paese che state perdendo” e, in questo senso, One Nation intercetta un disagio reale piuttosto diffuso. Un disagio che ha capito anche Malinauskas. Il premier, sia durante la campagna che dopo la sua riconferma, ha infatti delineato una visione di patriottismo progressista che abbraccia sia i simboli nazionali sia la diversità culturale, esortando gli australiani a sostenere un patriottismo più rilassato e gentile, che rispetti la bandiera e l’inno senza cadere nella spirale rabbiosa del nazionalismo aggressivo che ha preso piede negli Stati Uniti e anche in Europa.
Con un ‘fuori campo’ inaspettato si è rivolto sia ai colleghi federali, sia ai liberali in generale, dicendo che “la questione culturale deve essere al centro dell’attenzione”, affermando che: “One Nation deve essere affrontato con due risposte - risultati economici e orgoglio nazionale”. “Penso che il primo ministro, e l’intero team federale laburista, siano ben consapevoli del fatto che bisogna assicurarsi, prima di tutto, che le impostazioni economiche siano corrette - per garantire che una crescita economica non lasci indietro le persone e produca invece benefici più diffusi e un certo grado di prosperità”, ha detto. “Ed è ovviamente molto difficile da realizzare, soprattutto in un contesto globale come quello attuale”. Per i liberali un ‘avviso’ meno personalizzato, ma altrettanto chiaro: bandiera, inno, patriottismo, dovere, onore, famiglia, responsabilità personale, unità nella diversità.
Non sarà un messia, ma ha stravinto e qualcosa può indubbiamente insegnare: un’agenda politica chiara, convinzioni e realismo su obiettivi e tattica di aggiramento di un fenomeno, quello dell’ascesa di One Nation, che va contrastato senza attacchi personali, senza offese e giudizi che non fanno altro che confermare il dogmatismo dei suoi sostenitori e aumentare le conseguenze del loro voto.