ROMA - Lo stallo della Commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai “non garantisce la terzietà del servizio pubblico” alla vigilia di appuntamenti elettorali cruciali come il referendum sulla riforma della giustizia. È l’allarme lanciato dalle opposizioni in una lettera-appello inviata ai presidenti di Senato e Camera, Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana.
Nella missiva, Pd, Movimento 5 stelle, Alleanza Verdi e Sinistra, Azione, Italia viva e Più Europa denunciano la “grave situazione di stallo istituzionale in cui si trova il servizio pubblico radiotelevisivo” e sostengono che, “priva di adeguati organi di garanzia, la Rai” venga “sempre più utilizzata come strumento di propaganda filogovernativa”.
Una condizione ritenuta particolarmente critica in vista della consultazione referendaria sulla riforma della giustizia e delle prossime elezioni politiche, per i rischi legati alla “qualità” e all’“equilibrio dell’informazione”.
Secondo le opposizioni, all’origine della situazione vi sarebbe “il deliberato blocco dell’elezione del presidente di garanzia della Rai” da parte della maggioranza, che “ha di fatto paralizzato la governance del servizio pubblico radiotelevisivo, con conseguenze gravi per il pluralismo, l’indipendenza e la correttezza dell’informazione”. Da qui la richiesta ai vertici del Parlamento di un incontro urgente sul tema.
Intanto, i comitati per il sì e per il no al referendum e i partiti si preparano alla campagna. Nel Partito democratico è prevista una riunione la prossima settimana per organizzare le iniziative a sostegno del no alla separazione delle carriere, mentre il Movimento 5 stelle è già impegnato da giorni sui social.
Sul fronte del sì, Forza Italia si prepara all’evento del 24 gennaio a Roma in memoria di Silvio Berlusconi, con un focus dedicato alla giustizia, e sta lavorando, secondo quanto riferito, anche a iniziative di carattere più popolare.
Dal governo, il vicepremier Antonio Tajani ha chiarito che il referendum “non sarà un voto sul governo”, che “rimarrà in carica fino alla fine della legislatura”. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha invece sostenuto che “molti magistrati sono d’accordo con la riforma, ma non hanno il coraggio di esprimersi perché nello stato attuale chi comanda all’interno del Csm sono le correnti”, ricordando che “Giovanni Falcone era favorevole alla separazione delle carriere”.
All’indomani del raggiungimento delle 500mila firme per il referendum, i sostenitori del no puntano anche sulla questione dei fuorisede.
“Il governo ha paura e li esclude”, ha affermato la senatrice Pd Ylenia Zambito, riferendosi alla mancata previsione di modalità di voto alternative per chi vive lontano dal comune di residenza. Una posizione condivisa anche da Più Europa, con Riccardo Magi che ha annunciato la presentazione di un emendamento sul tema al decreto elezioni.
“Il governo ha deciso consapevolmente di non prevedere alcuna modalità che consenta loro di votare senza rientrare nel comune di residenza, eppure la sperimentazione adottata alle ultime elezioni europee ha dimostrato di poter funzionare”, ha aggiunto Zambito.
L’attenzione è ora rivolta al 27 gennaio, quando il Tar si pronuncerà sul ricorso presentato dal cosiddetto “comitato dei 15” contro la decisione del governo di fissare il referendum per il 22 e 23 marzo.
Un’iniziativa definita “rispettabile ma inconsistente” da Antonio Di Pietro, fondatore del Comitato Sì Separa della Fondazione Einaudi, secondo il quale “Costituzione alla mano, una volta che il referendum è stato proposto da almeno uno dei soggetti aventi diritto la riproposizione dello stesso è solo un inutile doppione”. Si è invece sfilata dal confronto la segretaria generale della Cisl, Daniela Fumarola, che ha dichiarato: “Crediamo che la polarizzazione che si è creata non faccia bene a nessuno”.