BUENOS AIRES – La campagna referendaria sulla riforma della Magistratura inizia il rush finale.

Le schede elettorali per gli italiani all’estero sono arrivate e devono essere recapitate (personalmente o per posta) al Consolato di appartenenza entro giovedì 19 marzo. In caso di mancata ricezione è possibile chiedere un duplicato al Consolato stesso.

Si tratta di un referendum di revisione costituzionale, che può essere richiesto quando una legge che riforma la Costituzione viene approvata in Parlamento senza una maggioranza qualificata, pari ai due terzi di voti a favore in entrambe le Camere. A differenza del referendum abrogativo, non è necessario un quorum di votanti perché la consultazione sia valida.

Per il fronte del sì, la riforma è la conclusione necessaria di un processo di separazione tra la funzione giudicante e quella inquirente della Magistratura. Processo iniziato peraltro nel 1989, con la riforma del Codice di procedura penale, voluta dall’allora ministro alla Giustizia Giuliano Vassalli.

Il vecchio codice risaliva ancora al fascismo: secondo i padri costituenti, una volta modificato quest’ultimo, anche la Costituzione avrebbe dovuto essere riformata per coerenza, come risulta anche dalle disposizioni transitorie e finali.

Per i sostenitori della riforma, si tratta di un passo necessario e ineludibile di modernizzazione del sistema giudiziario. Secondo il fronte del No, è un tentativo del governo di esercitare un controllo sui giudici e sulla loro indipendenza.

In ogni caso, la riforma non tocca né l’articolo 101 della Costituzione, secondo il quale i giudici sono soggetto solo a legge, né il 112, che stabilisce che l’azione penale è obbligatoria e impedisce così ingerenze della politica sui processi.

In cosa consistono allora i cambiamenti? Va detto innanzitutto che il quesito è unico: con il voto si accoglie o si respinge in toto la riforma.

La separazione delle carriere di pubblico ministero (accusa) e giudice è il cuore della riforma. Tenere separate, non solo sulla carta, le due funzioni è fondamentale per un processo equo. Per non rischiare di ritrovarsi il pm che ha condotto l’accusa in primo grado come giudice in appello.

Secondo il No, non serve nessuna nuova legge, perché sono molto pochi i casi di cambio di carriera. Tuttavia il Sì insiste che sia necessario assicurarsi che, per legge, ogni magistrato scelga il ruolo che vuole ricoprire e lo mantenga per tutta la vita lavorativa, per evitare conflitti di interesse e fare in modo che il giudice sia davvero un soggetto “terzo” e imparziale.

A questo punto, con una separazione così marcata e priva di porte girevoli tra una funzione e l’altra, si sdoppierà anche il Csm (Consiglio Superiore della Magistratura, l’organo di autogoverno dei giudici), attualmente unico. Saranno due Consigli separati che decideranno per nomine, valutazioni, trasferimenti e carriere, ma solo dei magistrati della propria area.

Cambierà anche il metodo di scelta dei consiglieri. Il Csm è formato attualmente per due terzi da membri togati (giudici eletti da tutti i giudici) e per un terzo da membri laici (professori universitari di Diritto e avvocati di larga esperienza eletti dal Parlamento in seduta comune).

La riforma punta a limitare, nella scelta dei membri togati per entrambi gli organi, il ruolo delle “correnti”: aree di affinità ideologica che a volte funzionano come veri partiti politici e gruppi di interesse interni al Csm. Cordate che, al momento di decidere avanzamenti di carriera e sanzioni, tendono a favorire gli “amici”.

Se vince il Sì i consiglieri togati del Csm verrano estratti a sorte in una rosa di autocandidature, mentre al momento per essere eletti è di fatto necessario il sostegno di una corrente. I consiglieri laici saranno invece estratti a sorte all’interno di un elenco di esperti (docenti ordinari di diritto e avvocato di lunga carriera) votato dal Parlamento in seduta comune.

Il sorteggio ha l’obiettivo di evitare i conflitti di interesse, ossia il fatto che il consigliere eletto da una certa corrente possa essere influenzato dall’appartenenza o da pressioni, al momento di decidere la promozione o il trasferimento di un membro della stessa corrente. Secondo il no, il cambiamento indebolisce la rappresentanza dei magistrati a favore del peso della politica. 

I procedimenti disciplinari non saranno più una competenza dei Csm, come avvenuto finora, ma di un’Alta Corte, sempre composta da togati e laici. Secondo i sostenitori della riforma, separare chi decide per le promozioni da chi decide per la sanzioni aumenta l’indipendenza, la trasparenza e l’imparzialità. 

Secondo il No, il problema non è il singolo provvedimento, ma l’impianto generale della riforma.