ROMA - Il referendum sulla riforma della giustizia si avvia a diventare uno dei primi snodi politici del 2026 e, di fatto, l’anticipo della campagna elettorale verso le Politiche del 2027. Per questo il confronto sulla data della consultazione è ormai apertamente politico, anche se formalmente ancorato a valutazioni tecniche. 

Il centrodestra punta ad accelerare e avrebbe voluto fissare il voto per i primi di marzo, ma questa ipotesi è progressivamente sfumata, anche alla luce di quanto viene descritto come l’orientamento del Quirinale. Le opposizioni, al contrario, spingono per dilatare i tempi.  

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha aperto alla ricerca di un punto di equilibrio, spiegando che “per evitare conflitti o ricorsi si può cercare un compromesso”, ma avvertendo che uno slittamento oltre Pasqua rischierebbe di trasformare il referendum in un giudizio politico sul governo. L’obiettivo dichiarato dall’esecutivo, in sostanza, è evitare che la consultazione venga letta come un “Meloni sì, Meloni no”. 

Il guardasigilli assicura che non c’è alcuna paura del voto, ribadendo che la questione della data resta, almeno ufficialmente, “un problema squisitamente tecnico”. 

Il Pd, al contrario, chiede di fermare le accelerazioni, e il Movimento 5 Stelle insiste sulla necessità di più tempo per spiegare nel merito la riforma. Secondo le opposizioni, infatti, la maggioranza temerebbe un progressivo calo dei consensi con il passare delle settimane.  

Sul piano tecnico pesa, infine, la raccolta firme promossa da un comitato di cittadini, che punta a raggiungere le 500 mila sottoscrizioni necessarie entro il 30 gennaio. Se l’obiettivo verrà centrato, solo dopo quella data la Cassazione potrà validarle, rendendo difficile fissare il referendum ai primi di marzo.