TEHERAN - La pressione internazionale sulla Repubblica Islamica si intensifica, mentre la repressione interna non accenna a placarsi. Il Dipartimento del Tesoro statunitense ha annunciato oggi un nuovo pacchetto di sanzioni mirate contro i vertici del regime.
Il Segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha spiegato che le misure sono dirette contro gli “artefici della brutale repressione”, tra cui spicca Ali Larijani, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, accusato di aver coordinato l’uso della forza contro i manifestanti. Le sanzioni colpiscono anche quattro funzionari regionali e una vasta “rete di banche ombra”, utilizzata da Teheran per aggirare il sistema finanziario globale.
Sulla drammatica situazione è intervenuto anche il Presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella. Durante un incontro al Quirinale con la stampa britannica, il Capo dello Stato ha sottolineato il legame tra violenza e censura: “Insieme alla efferata crudeltà dello sterminio dei manifestanti, occultare quanto avviene - le piazze, la repressione, le uccisioni - è stata la prima preoccupazione di un regime che ha tentato, fin dall’inizio, di bloccare l’accesso alle fonti di informazione”.
Mentre il blackout informativo denunciato da Mattarella prosegue, dal terreno giungono notizie frammentarie, ma tragiche. La cronaca della repressione registra vittime anche tra i soccorritori, come confermato dalla Federazione Internazionale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, che ha riferito dell’uccisione di Amir Ali Latifi. Il dipendente della Mezzaluna Rossa iraniana è stato colpito insieme ad altri cinque colleghi, rimasti feriti, mentre prestavano servizio nella provincia di Gilan lo scorso 10 gennaio.
Parallelamente proseguono gli arresti di massa, con la televisione di Stato Irib che ha dato notizia di quasi 300 fermi effettuati nelle ultime 72 ore. Tra le persone finite in manette figurerebbe anche una presunta squadra terroristica accusata di pianificare un sabotaggio alla metropolitana di Mashhad. Secondo la tesi di Teheran, il gruppo sarebbe sostenuto dalla monarchia in esilio, un tipo di accusa utilizzata frequentemente dalle autorità per screditare le manifestazioni di dissenso interno.
Dagli Stati Uniti, Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià, ha delineato la sua visione per un Iran post-teocratico. In una dichiarazione che ha fatto il giro dei social, Pahlavi ha promesso che, con la caduta della Repubblica Islamica, il programma nucleare militare cesserà immediatamente e il sostegno ai gruppi terroristici verrà interrotto.
Il punto centrale del suo programma politico è la normalizzazione dei rapporti con i “nemici storici”. Pahlavi propone un patto di pace tra un Iran democratico, Israele e il mondo arabo, ribattezzando la cooperazione regionale in onore del sovrano persiano che liberò gli ebrei da Babilonia.
Inoltre, il principe in esilio promette di aprire l’economia iraniana agli investimenti globali, trasformando il Paese da minaccia per la stabilità a “forza amica e fiorente”.
La comunità internazionale si sposta ora a New York. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, attualmente sotto la presidenza di turno della Somalia, si riunirà questo pomeriggio su esplicita richiesta degli Stati Uniti. L’obiettivo è un briefing d’urgenza sulla situazione dei diritti umani e sulla sicurezza regionale, in un momento in cui le grandi potenze, incluse quelle del G7, valutano un inasprimento coordinato delle sanzioni per isolare ulteriormente il regime di Teheran.