CANBERRA - Il Tesoro australiano individua nella crisi in Medio Oriente uno dei fattori chiave dietro il nuovo aumento dei tassi deciso dalla Reserve Bank, mentre l’inflazione resta sopra i livelli considerati accettabili.

La Banca centrale ha portato il tasso ufficiale al 4,1 per cento con un aumento di 25 punti base, il secondo consecutivo dopo quello di febbraio. È la prima volta dalla metà del 2023 che si registrano rialzi consecutivi.

Il ministro del Tesoro Jim Chalmers ha collegato direttamente la decisione all’incertezza internazionale e alle pressioni sui prezzi generate dal conflitto. “Abbiamo già un problema di inflazione nella nostra economia, e gli sviluppi in Medio Oriente stanno peggiorando la situazione”, ha dichiarato ai giornalisti.

Secondo Chalmers, la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran e l’impennata dei prezzi dell’energia hanno aggravato dinamiche già critiche, tra cui una produttività debole, una spesa pubblica elevata e una domanda interna in ripresa. Nonostante ciò, il ministro ha riconosciuto l’impatto della decisione sulle famiglie. “Non è una sorpresa, ma questo non la rende più facile per milioni di australiani con un mutuo”, ha detto.

La governatrice della Reserve Bank Michele Bullock ha però precisato che il rialzo non è stato determinato esclusivamente dal caro carburanti. “I prezzi della benzina più alti contribuiranno all’inflazione, ma non sono la ragione della decisione di oggi”, ha spiegato, sottolineando che l’inflazione era già troppo elevata.

Bullock ha aggiunto che, senza un intervento, le pressioni sui prezzi rischierebbero di estendersi ad altri settori dell’economia. Allo stesso tempo, ha avvertito che l’istituto resta attento al rischio di un rallentamento marcato, soprattutto se il conflitto dovesse prolungarsi.

Il consiglio della Banca centrale ha evidenziato un rischio concreto che l’inflazione resti sopra il target del 2-3 per cento più a lungo del previsto. Tra i fattori interni, pesano anche un tasso di disoccupazione basso, al 4,1 per cento, e una crescita del PIL pari al 2,6 per cento nel 2025.

Secondo l’economista di KPMG Brendan Rynne, l’economia australiana era già esposta prima dello shock energetico. “È più difficile ignorare shock temporanei quando l’inflazione è già alta”, ha osservato.

Per le famiglie, le conseguenze sono immediate. Secondo le stime, ogni aumento comporta circa 118 dollari in più al mese per un mutuo medio.

Un ulteriore segnale di pressione su bilanci già messi alla prova dall’aumento del costo della vita.