C’è una pagina poco raccontata della storia australiana, fatta di fatica, coraggio e silenzi, una storia che affiora appena, come un’eco lontana tra le montagne dello Snowy. È quella dei giovani migranti italiani che, tra gli anni ’50 e ’60, perdono la vita lavorando a uno dei progetti più ambiziosi del Paese, lo Snowy Mountains Scheme. Un’opera colossale, simbolo di progresso e modernità, che porta energia e sviluppo, ma lascia dietro di sé un prezzo umano ingente, troppo a lungo rimasto ai margini del racconto ufficiale. 

Tra il 1949 e il 1974 sono 121 gli operai che non tornano a casa. Almeno 27 sono italiani. Ragazzi poco più che ventenni, partiti da un’Italia ancora ferita dalla guerra, con una valigia leggera e un carico pesante di aspettative. Arrivano grazie ai programmi di migrazione assistita, pronti a lavorare dove serve, senza troppe domande. Si ritrovano in cantieri isolati, tra montagne ostili, a scavare tunnel, costruire dighe, maneggiare macchinari imponenti. Il freddo taglia la pelle d’inverno, il caldo opprime d’estate. Si lavora sei giorni su sette, spesso sottoterra, sempre al limite. È in questo scenario che prende forma la storia di Antonio Guseli. O meglio, di due Antonio Guseli. Uno è un giovane operaio che perde la vita il 16 aprile 1958, insieme ad altri tre italiani, in quello che resta il più grave incidente multiplo dell’intero progetto. L’altro è il nipote, che oggi porta il suo nome e ne raccoglie la memoria.

“Ho iniziato cercando mio zio – racconta – , ma poi ho capito che la storia era molto più grande”.

Quel giorno del 1958, il turno sta per finire. Gli operai stanno calando tubi di cemento lungo un pozzo verticale profondo centinaia di metri. Un verricello, usato e mai controllato a dovere, cede improvvisamente. La piattaforma si spezza, gli uomini precipitano nel vuoto. Non c’è scampo. Muoiono così, lontani da casa, senza nemmeno il tempo di capire.

Da quel momento, per decenni, resta il silenzio. Nomi su una lista, qualche riga nei rapporti ufficiali. Poi qualcosa cambia. Antonio Guseli inizia a scavare negli archivi. Richiede documenti, legge rapporti d’inchiesta, consulta registri migratori, cerca fotografie. Ricostruisce frammenti, li mette insieme con pazienza quasi ostinata.

A Cooma, nel New South Wales, trova un cimitero. Sedici italiani, uno accanto all’altro. “È lì che ho capito davvero – racconta – che non si trattava solo della mia famiglia. Era una storia collettiva, una storia che nessuno aveva raccontato fino in fondo”.

Quello che emerge è un mosaico umano fatto di volti, mestieri, accenti diversi. Uomini che vivono e lavorano insieme, spesso tra connazionali, che parlano un italiano regionale per capirsi meglio, per aiutarsi anche nei momenti più difficili. Una comunità nella comunità, costruita tra sacrificio e solidarietà. Non sono numeri, ma vite. Non sono statistiche, ma sogni interrotti.

Oggi, grazie a questa ricerca, quel silenzio si incrina. Prende forma un racconto più autentico, più vicino. L’obiettivo è chiaro, quasi urgente: dare un volto a ciascuno di quei lavoratori, restituire dignità alle loro storie, creare un ponte tra passato e presente. Guseli lancia anche una pagina Facebook (Remembering the workers of The Snowy Scheme), aperta a chiunque voglia contribuire, a chi riconosce un nome, una fotografia, un ricordo.

“Molti parenti non sanno nemmeno dove sono sepolti – conclude – e molti italiani, oggi, non conoscono questa storia. Non voglio che siano ricordati solo come uomini morti in un incidente, ma per quello che erano davvero”.