“E’ stata interamente una decisione di Kevin Rudd”, nessuna spinta né da parte di Canberra, né di Washington. Fine del mandato con un anno di anticipo e solo note positive per il lavoro svolto. Non tragga in inganno il siparietto tra considerazioni e battute ad alta voce sul “io non piaccio a lui e lui non piace a me” di Donald Trump nei confronti dell’ambasciatore australiano: Rudd aveva I suoi contatti alla Casa Bianca, assicura il primo ministro Anthony Albanese e ora ha scelto di ritornare al suo vecchio ruolo di presidente globale dell’Asia Society e, grazie alla sua profonda conoscenza della regione indo-pacifica e delle dinamiche internazionali, guiderà anche il Centre for China Analysis. L’importante, a questo punto, sarà scegliere la persona più adatta per portare avanti il dialogo con l’amministrazione americana in questi nuovi tempi di grandi incertezze planetarie su tutti i fronti.
Ora che ha deciso di abbandonare l’incarico più prestigioso ed ambito in campo diplomatico un po’ tutti riconoscono i meriti di chi è riuscito a confermare l’impegno americano al riguardo del patto AUKUS sui sommergibili nucleari, a far approvare dal Congresso un nuovo trattato sulla sicurezza e a far firmare un accordo miliardario con Washington sulle terre rare. Da non sottovalutare anche i lavori di preparazione per la lungamente attesa e poi riuscitissima visita alla Casa Bianca di Albanese. Nonostante presunte antipatie reciproche a causa di vecchi commenti (che a qualche punto hanno fatto buona parte dei leader del mondo occidentale) al riguardo di Trump, Rudd a Washington ha fatto il Rudd: sempre super attivo, sempre coerente con le sue idee sia al riguardo dell’importanza dell’alleanza, sia per ciò che concerne le mosse richieste in relazione ad interessi collegati, ma non sempre in linea con Washington, sui ruoli e movimenti di altre importanti pedine dello scacchiere strategico mondiale.
Rudd abbandona e i riflettori - in questo insolitamente intenso gennaio dal punto di vista della politica -, per un attimo si sono spostati dal dibattito clou delle ultime settimane sul dopo Bondi, con tutte le polemiche sulle risposte o non risposte del governo ad una scomoda realtà di divisioni e tensioni sulle origini ideologiche del tragico evento. Brevissima pausa e ora luci puntate sulla sessione straordinaria del Parlamento, fissata per la prossima settimana, per dibattere un pacchetto di misure che criminalizzano l’incitamento all’odio razziale e vietano qualsiasi tipo di legittimità e attività a gruppi estremisti come i neonazisti e Hizb ut-Tahrir. Nel pacchetto - e causa di più di qualche perplessità l’abbinamento -, anche il giro di vite sulle armi.
L’attacco terroristico del 14 dicembre sulla spiaggia di Bondi ha scosso la nazione e imposto un’azione-reazione di un governo che si è trovato spiazzato, sorpreso e impreparato ad affrontare le tensioni che attraversano oggi un po’ tutte le democrazie occidentali: la lotta contro l’odio e l’estremismo, attraversando il confine fragile tra sicurezza e libertà di espressione, e l’inevitabile selettività con cui si sceglie cosa proteggere prima e cosa rimandare a dopo.
La proposta di legge del governo Albanese nasce in un contesto traumatico, segnato da un attacco terroristico senza precedenti in Australia e da un ormai evidente aumento di antisemitismo nel Paese. Era in programma - probabilmente in altri termini -, è stata anticipata e accompagna la marcia indietro del Primo ministro sulla convocazione di una Commissione reale d’inchiesta sul massacro e un problema per troppo tempo non considerato tale. è sicuramente un’accelerazione per ciò che riguarda il messaggio politico che si vuole lanciare di non voler tollerare più organizzazioni o discorsi che minacciano la sicurezza e la coesione sociale. Tuttavia, proprio questa rapidità e questa focalizzazione selettiva stanno alimentando critiche trasversali al disegno di legge che sarà portato in aula la prossima settimana, senza aspettare quindi la calendarizzata ripresa dei lavori parlamentari a inizio febbraio.
Il primo nodo problematico del dibattito sulla nuova legge, riguarda la scelta di concentrare l’attenzione sull’antisemitismo, lasciando fuori, almeno per ora, altre forme di odio e discriminazione. Le parole del ministro per gli Affari multiculturali, Anne Aly, che promette un’estensione futura delle tutele, sono così arrivate puntuali per cercare di rassicurare comunità o minoranze che hanno già parlato di inopportune esclusioni. La promessa del “dopo” non cancella, infatti, la percezione di una scelta, dettata dall’urgenza e dalle pressioni del momento che rischia di provocare nuove tensioni e divisioni.
Un secondo tema centrale è l’ambiguità applicativa della legge, emersa chiaramente nelle audizioni parlamentari. Le domande su slogan come “globalizzare l’intifada” o “from the river to the sea” mettono in luce un problema che va oltre il caso australiano: quando un’espressione politica diventa incitamento all’odio o alla violenza? Le risposte prudenti dei funzionari che lavorano sul ddl, che insistono sulla valutazione caso per caso e sullo stato mentale dell’imputato, mostrano quanto sia difficile tradurre in norme penali concetti complessi come l’odio, l’intenzione e il contesto. Da un lato, questa prudenza è giuridicamente necessaria; dall’altro, alimenta la frustrazione di chi vorrebbe certezze assolute sulla capacità della legge di proteggere le comunità minacciate.
Le parole del capo dell’ASIO, Mike Burgess, aggiungono un ulteriore livello di complessità. Il suo avvertimento contro una specie di ‘fusione’ dei sentimenti contro il governo di Israele e gli ebrei australiani è cruciale, perché individua un meccanismo attraverso cui il discorso politico può scivolare nell’istigazione alla violenza. Tuttavia, questa stessa osservazione apre un campo minato: come distinguere una critica legittima alla politica di uno Stato da un discorso che alimenta l’odio verso una comunità religiosa o etnica? È una domanda che non può essere risolta solo con strumenti di sicurezza, ma richiede una maturità culturale e politica che la legge, da sola, non può garantire.
L’opposizione e le divisioni al suo interno rivelano poi quanto il tema sia politicamente esplosivo. I nazionali, per esempio, respingono il pacchetto soprattutto per le restrizioni sulle armi e vorrebbero due leggi separate, mentre i liberali oscillano tra la volontà di migliorare il testo e il timore di sostenere una legge percepita come una minaccia alle libertà religiose. Le critiche dell’aspirante leader, Andrew Hastie, che parla di impatto sulle libertà fondamentali, riflettono una preoccupazione diffusa: che la lotta all’odio possa trasformarsi in una compressione eccessiva della libertà di espressione. Coalizione, quindi, ancora una volta con difficoltà di partenza in fatto di linea comune da portare avanti in un dibattito, comunque complesso, con decisioni finali che non potranno mai accontentare tutti.
Legge difficile, con mille sfaccettature da affrontare, limare o ampliare, che nasce con l’intento di proteggere, ma che rischia di dividere ulteriormente un Paese e un mondo politico messi a dura prova. Il governo Albanese si muove su un terreno difficile, stretto tra l’urgenza di rispondere a una minaccia reale e la necessità di mantenere giusti equilibri democratici. La promessa di estendere in futuro le protezioni contro l’odio può essere un primo passo, ma il vero banco di prova sarà la capacità di arrivare (e i tempi sono strettissimi dato che la consultazione è appena iniziata e si vota già la prossima settimana) ad una legislazione che non crei cittadini di serie A e di serie B nella tutela contro la violenza simbolica e reale. Testi religiosi da escludere dal ddl sull’incitazione all’odio e alla violenza, comunità da proteggere, responsabilità individuali da individuare e separare, identità di genere, età: una settimana di inevitabili commenti sparsi, a favore e contro, augurandosi che una necessità accettata in linea di principio da tutti non venga usata come un’arma politica, ma come un vero impegno condiviso per una società più giusta e sicura.