CANBERRA - La scadenza fissata dal governo federale per una riforma nazionale sulle armi è passata senza risultati concreti, con meno della metà tra Stati e Territori pronti ad aderire al piano annunciato dopo l’attentato di Bondi Beach.
A oltre tre mesi dalla sparatoria che ha scosso il Paese, il primo ministro Anthony Albanese puntava ad aggiornare I requisiti minimi del National Firearms Agreement entro l’inizio di aprile. L’obiettivo era duplice: rendere più difficile ottenere una licenza e ridurre il numero di armi detenute da un singolo individuo. Ma l’intesa iniziale raggiunta in sede di Consiglio intergovernativo si è progressivamente indebolita.
Ad oggi, solo quattro giurisdizioni – Western Australia, Tasmania, New South Wales e Australian Capital Territory – hanno aderito al programma di riacquisto delle armi finanziato dal Commonwealth. Altri Stati, tra cui Queensland e Northern Territory, hanno escluso la partecipazione, citando costi elevati e dubbi sull’efficacia del piano.
Il modello proposto prevedeva una divisione dei costi al 50 per cento tra governo federale e Stati, ma non ha convinto tutti. Il premier del Queensland, David Crisafulli, ha sostenuto che il programma non affronta le cause profonde della violenza, come estremismo e odio, e non impedisce che le armi finiscano nelle mani sbagliate.
Altri governi hanno scelto una linea intermedia: rafforzare alcune norme senza introdurre limiti rigidi sul numero di armi possedute. Fa eccezione il New South Wales, che ha già imposto un tetto – quattro armi per persona, con deroghe per il settore agricolo – avvicinandosi al modello del Western Australia, dove la normativa è già più restrittiva.
Il quadro resta frammentato. Nel Victoria, dove si concentra circa un quarto delle armi registrate nel Paese, il governo attende ancora i risultati di una revisione accelerata delle leggi prima di prendere una decisione. Anche South Australia non ha ancora chiarito la propria posizione sul riacquisto.
Il governo federale aveva avvertito che l’efficacia delle riforme dipende dalla coerenza nazionale: un sistema è forte quanto il suo anello più debole. Ma proprio questa uniformità appare oggi lontana.
Le critiche non mancano. L’opposizione accusa l’esecutivo di aver gestito male il processo, mentre gruppi per la sicurezza delle armi parlano di occasione mancata. Secondo la Alannah and Madeline Foundation, una risposta coordinata resta essenziale per ridurre il numero di armi in circolazione.
Con una nuova scadenza fissata a luglio per l’adozione delle misure, il governo si trova ora davanti a un nodo politico irrisolto: trasformare un impegno nazionale in azione concreta.