CANBERRA - Gli automobilisti australiani potrebbero presto fare i conti con un aumento del prezzo della benzina.

Dopo i raid statunitensi e israeliani contro l’Iran, crescono i timori che eventuali ritorsioni possano compromettere il flusso di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz, uno dei punti nevralgici del commercio energetico globale.

Il canale marittimo, largo appena 33,7 chilometri nel punto più stretto e controllato sul lato nord da Teheran, collega il Golfo Persico al Golfo di Oman ed è l’unica via di uscita per gran parte del greggio prodotto nella regione. Secondo la US Energy Information Administration, circa 20 milioni di barili al giorno – un quinto della produzione mondiale – transitano quotidianamente attraverso lo stretto.

Nelle ultime ore, dati di navigazione hanno mostrato almeno 150 petroliere, tra cui navi di greggio e GNL, ferme in acque aperte oltre Hormuz, mentre decine risultano bloccate dall’altro lato del passaggio. Alcuni armatori e trader hanno sospeso le spedizioni dopo che fonti commerciali hanno riferito di avvertimenti da parte delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, secondo cui “nessuna nave è autorizzata a transitare”.

Un funzionario dell’Unione Europea ha dichiarato che non esiste al momento una sospensione formale riconosciuta dalle autorità marittime internazionali, ma gli operatori devono aspettarsi maggiore presenza navale, possibili comunicazioni radio obbligatorie e forte volatilità nei premi assicurativi. Lloyd’s di Londra avrebbe già aumentato i costi delle coperture di guerra.

Secondo gli analisti, il calo del traffico potrebbe dipendere sia dal rischio di attacchi sia dall’impennata dei premi assicurativi. Il pericolo per gli equipaggi e per carichi altamente infiammabili è concreto.

Gli esperti avvertono che il prezzo del petrolio potrebbe salire di almeno 5 dollari al barile se la situazione dovesse protrarsi. Un aumento del greggio si rifletterebbe rapidamente sui costi alla pompa in Australia, che importa la maggior parte del carburante raffinato.

Una chiusura prolungata colpirebbe soprattutto i mercati asiatici: l’84 per cento del greggio e l’83 per cento del GNL transitati lo scorso anno attraverso Hormuz erano destinati all’Asia. Cina, India e Corea del Sud risultano i principali acquirenti. Stati Uniti ed Europa dipendono in misura minore dal passaggio.

Per ora lo stretto non è ufficialmente chiuso, ma l’incertezza resta elevata. Gli automobilisti australiani sono invitati a prepararsi a possibili rincari nelle prossime settimane.