BUENOS AIRES – La dimissione di Marco Lavagna dalla guida dell’Istituto nazionale di statistica e censimenti (Indec) ha confermato ciò che si discuteva da mesi all’interno dell’organismo: il governo ha deciso di fermare l’aggiornamento dell’Indice dei prezzi al consumo (Ipc), per evitare che la misura riflettesse in modo più rigoroso l’impatto di tariffe, affitti e servizi sul bilancio delle famiglie.
Lavagna ha lasciato l’incarico dopo profondi disaccordi con il presidente Javier Milei e con il ministro dell’Economia, Luis Caputo, in merito all’applicazione del nuovo indice, che lo stesso Indec aveva annunciato ufficialmente per gennaio 2026.
L’ordine politico di annullare quel cambiamento metodologico nel calcolo dell’inflazione ha finito per sancire la sua uscita.
L’Ipc attualmente pubblicato dall’ente ufficiale si calcola sulla base di un paniere di consumi derivato dall’Indagine nazionale sulle spese delle famiglie 2004/2005, un rilevamento che riflette modelli di consumo di oltre due decenni fa.
Da allora, il peso dei servizi nelle spese quotidiane è aumentato costantemente, mentre il consumo di beni ha ridotto la rilevanza.
Il nuovo paniere, costruito a partire dall’indagine 2017/2018, era già pronto almeno dalla metà del 2024 e riduceva il peso ponderato di alimenti e abbigliamento, aumentando in modo significativo l’incidenza di affitti, trasporti, bollette di luce e gas e servizi come telefonia mobile, internet e piattaforme di streaming. In un contesto di forti aumenti delle tariffe e degli affitti, il cambiamento avrebbe modificato la lettura del processo inflazionistico.
Durante il 2024 e buona parte del 2025, gli alimenti — uno dei settori con maggiore peso nell’attuale indice — sono aumentati molto al di sotto della media generale. La stabilità del cambio, l’apertura delle importazioni e la contrazione dei consumi hanno contribuito a spiegare questo comportamento. Al contrario, i servizi hanno registrato aumenti molto più elevati, anche se il loro impatto è stato attenuato nella misurazione ufficiale.
Diverse stime private avvertono che, se si fossero applicata la ponderazione con i pesi aggiornati fin dall’inizio della gestione di Milei, l’inflazione accumulata sarebbe stata tra 8 e 15 punti percentuali più alta. Una percentuale di non poco conto, considerando che il contenimento dell’inflazione è uno dei successi rivendicati dal governo.
Questa differenza non è solo statistica e non riguarda solo la percezione del caro vita. L’Ipc viene utilizzato per adeguare salari, pensioni, vecchie contrattazioni indicizzate e voci di bilancio pubblico. Così, con la metodologia attuale, i salari del settore privato formale sembrano soltanto leggermente al di sotto dei livelli di fine 2023.
Ricalcolati con il nuovo paniere, mostrerebbero una perdita di potere d’acquisto vicino all’8%, mentre nel settore pubblico la caduta sarebbe superiore addirittua al 20%. Secondo vari economisti, mantenere il vecchio indice ha permesso di sostenere “l’ancora salariale” – come viene chiamata in Argentina la politica dei redditi – e contenere la spesa, elemento centrale della strategia fiscale del governo. Infatti la politica dei redditi (limitare nella contrattazione collettiva l’aumento degli stipendi perché non superino la linea dell’inflazione programmata) è una forma di concertazione sociale possibile solo se l’inflazione reale e quella programmata coincidono.
Dal ministero dell’Economia hanno cercato di minimizzare l’impatto del cambiamento. Caputo ha sostenuto che l’inflazione misurata con la nuova formula “praticamente dà lo stesso risultato” e che non era opportuno modificare la metodologia in un momento in cui si sta cercando di consolidare la disinflazione, per evitare critiche sulla veridicità dei dati. Lavagna, invece, difendeva la necessità di applicare il cambiamento già annunciato, per preservare la credibilità tecnica dell’organismo.
L’uscita del funzionario ha riattivato il dibattito sull’indipendenza politica dell’Indec, un tema particolarmente sensibile dopo il commissariamento dell’ente tra il 2007 e il 2015.
Al posto di Lavagna è stato designato Pedro Lines, finora direttore tecnico dell’Istituto, mentre il governo ha confermato che non ci saranno modifiche nella misurazione dell’inflazione a breve termine e che non esiste una data definita per implementare il nuovo paniere dei consumi.
La discussione di fondo resta aperta: se l’indice dei prezzi debba riflettere più fedelmente i modelli di consumo attuali delle famiglie argentine o se la statistica ufficiale torni a essere subordinata alle esigenze politiche e fiscali del momento.