TEHERAN - La scorsa notte decine, forse centinaia, di migliaia di persone hanno invaso le strade di oltre 170 città in quella che è considerata la più imponente dimostrazione di forza contro l’establishment clericale degli ultimi anni. Le proteste hanno coinciso con un preciso appello all’azione lanciato da Reza Pahlavi, l’erede al trono in esilio, ma il dibattito su chi guiderà il “dopo-regime” resta acceso e profondamente diviso. 

Il 65enne Reza Pahlavi, figlio del defunto scià detronizzato nel 1979, vive da decenni in un sobborgo di Washington. Sebbene per una parte della diaspora e degli iraniani nostalgici rappresenti un simbolo di stabilità e progresso pre-rivoluzionario, la sua figura rimane controversa. 

Molti manifestanti, spinti dalla disperazione e dalla necessità di un fronte unito, hanno intonato slogan come “Pahlavi sta tornando”. Per i monarchici, la risposta ai suoi appelli di giovedì e venerdì è la prova definitiva del suo consenso. 

Una fetta importante della società e delle giovani generazioni vede con sospetto il suo nazionalismo e i suoi legami con l’Occidente, temendo l’imposizione di un governo “fantoccio”. C’è chi lo considera ormai uno straniero che non padroneggia nemmeno perfettamente la lingua e le dinamiche del Paese reale. 

Mentre Pahlavi cerca di intestarsi la leadership da Parigi e Washington, le voci che arrivano dall’attivismo interno ed estero offrono una lettura diversa. Ghazal Afshar, portavoce dell’Associazione Giovani Iraniani in Italia, ha commentato duramente l’ultimo discorso di Khamenei, sottolineando la specificità del caso iraniano. “Siamo in Iran, non siamo in Iraq o in Venezuela. Il nostro è un Paese che ha una resistenza organizzata in modo capillare da oltre 60 anni, che lotta dai tempi della monarchia. Il destino del Paese resta nelle mani dei cittadini.” 

Secondo Afshar, lo scenario di un ritorno dello scià è da escludere: “Pahlavi ha già dichiarato di non voler rinunciare alla sua libertà personale per tornare; la sua posizione è fuori da ogni realtà”. Per la resistenza organizzata, l’unica forza che emergerà sarà quella della popolazione che sta pagando un prezzo altissimo: il bilancio delle vittime sarebbe già salito a 45 morti, tra cui due ragazzi di 16 e 17 anni uccisi nelle ultime ore. 

Nel suo ultimo appello, la Guida Suprema Ali Khamenei ha descritto i manifestanti come “vandali” e “sabotatori”, cercando di addossare la responsabilità agli Stati Uniti. Tuttavia, l’attivismo iraniano legge in queste parole il segnale di un regime “che sta sparando le sue ultime cartucce”.  

Nonostante Khamenei abbia definito Donald Trump un “arrogante destinato a essere rovesciato”, il presidente Usa ha adottato una postura di attesa strategica. Trump ha infatti dichiarato di voler lasciare che la gente scenda in piazza per “vedere chi emergerà“, evitando per ora un’ingerenza diretta che potrebbe fornire al regime l’alibi perfetto per una repressione ancora più sanguinosa.