C’è un luogo in Italia dove, ogni inverno, la canzone diventa rito collettivo. Un palcoscenico che, più di ogni altro, ha saputo raccontare desideri, paure, trasformazioni e sogni di un Paese intero. È il Teatro Ariston di Sanremo, ma prima ancora è il Festival della Canzone Italiana: uno specchio fedele della società italiana, capace di attraversare monarchia e repubblica, boom economico e contestazioni, televisione in bianco e nero e streaming globale. La storia del Festival di Sanremo è, in fondo, la storia dell’Italia contemporanea.
Il Festival nasce ufficialmente il 29 gennaio 1951 nel Salone delle Feste del Casinò di Sanremo. L’Italia è un Paese ancora ferito dalla guerra, impegnato nella ricostruzione morale ed economica. L’idea è semplice ma ambiziosa: rilanciare il turismo della Riviera ligure durante la stagione invernale e, insieme, dare nuova linfa alla canzone italiana.
A ideare la manifestazione è Angelo Nicola Amato, con il sostegno del Comune sanremese e della Rai, che trasmette l’evento via radio. La televisione è ancora un lusso per pochi; la radio, invece, entra nelle case e unisce il Paese. Sul palco si alternano solo tre interpreti (Nilla Pizzi, Achille Togliani e il Duo Fasano) che cantano 20 brani in gara. Vince Grazie dei fiori, interpretata da Nilla Pizzi, inaugurando una tradizione destinata a durare decenni. Le prime edizioni sono caratterizzate da melodie romantiche, testi sentimentali, atmosfere eleganti.
La formula è ancora semplice: pochi interpreti, orchestra dal vivo, pubblico seduto ai tavoli del Casinò. Eppure, già nei primi anni, il Festival diventa un appuntamento atteso. Nel 1954 la manifestazione passa anche in televisione: è l’inizio di un legame indissolubile con il mezzo che più di ogni altro ne determinerà il successo. Nel 1957 un brano cambia per sempre la percezione della canzone italiana nel mondo: Nel blu dipinto di blu, meglio conosciuta come Volare, di Domenico Modugno. Con il suo gesto rivoluzionario, le braccia spalancate verso il cielo, Modugno rompe la compostezza tradizionale e introduce una nuova teatralità. La canzone vince il Festival e conquista il mercato internazionale, arrivando a trionfare ai Grammy Awards. Sanremo non è più solo un evento nazionale: diventa un trampolino globale.
Gli anni Sessanta sono quelli del boom economico, dell’ottimismo industriale, delle utilitarie e della televisione che entra stabilmente nelle case. Sanremo cresce insieme al Paese, diventando uno degli appuntamenti mediatici più importanti dell’anno. La formula delle “canzoni doppie”, ogni brano interpretato da due artisti diversi, caratterizza il decennio. È un modo per valorizzare il pezzo più dell’interprete, ma anche per moltiplicare l’interesse del pubblico. Si alternano grandi nomi della tradizione melodica e giovani emergenti. Il Festival diventa un laboratorio dove convivono classicità e primi fermenti di modernità.
Nel 1964 una giovanissima Gigliola Cinquetti vince con Non ho l’età, simbolo di un’Italia ancora pudica, ma già pronta a guardare oltre. La canzone conquista anche l’Eurovision Song Contest, rafforzando il legame tra Sanremo e l’Europa musicale. Ma il decennio non è solo leggerezza. Nel 1967 il Festival è scosso da una tragedia che segna per sempre la sua storia: il suicidio di Luigi Tenco. Eliminato dalla competizione con Ciao amore, ciao, Tenco si toglie la vita in una stanza d’albergo. Il gesto sconvolge l’opinione pubblica e apre una riflessione profonda sul rapporto tra industria musicale, pressioni mediatiche e libertà artistica. Sanremo perde la sua innocenza e diventa terreno di dibattito culturale.
Verso la fine del decennio, il clima sociale cambia. Le contestazioni studentesche e operaie del 1968 trovano un’eco indiretta anche nel Festival, che viene criticato da una parte del mondo giovanile come simbolo di una cultura considerata conservatrice. Eppure, proprio in quegli anni, iniziano a emergere artisti destinati a rinnovare il linguaggio musicale italiano.
Gli anni Settanta sono complessi, per l’Italia e per il Festival. La crisi economica, il terrorismo, le tensioni politiche segnano il Paese. Anche Sanremo attraversa un periodo di difficoltà e perdita di centralità. Il Festival fatica a intercettare i nuovi linguaggi musicali che si stanno affermando: il cantautorato impegnato, il rock progressivo, la musica politica. Molti grandi artisti scelgono di restare lontani dalla manifestazione, ritenuta poco rappresentativa delle nuove istanze culturali.
Nel 1977 il Festival lascia temporaneamente il Casinò per trasferirsi al Teatro Ariston, che diventerà la sua sede definitiva. È un cambiamento logistico ma anche simbolico: Sanremo cerca una nuova identità, più moderna e televisiva. Gli ascolti, tuttavia, calano. La Rai sperimenta nuove formule, cambia regolamenti, prova a ringiovanire l’immagine della kermesse. Si alternano conduzioni diverse, tentativi di rinnovamento, ma l’evento sembra aver perso lo smalto degli anni d’oro.
Eppure, anche in questo decennio, non mancano momenti memorabili. Nel 1970 Adriano Celentano porta sul palco Chi non lavora non fa l’amore, tra polemiche e ironia sociale. Nel 1971 Nada, appena 15enne, conquista il pubblico con Il cuore è uno zingaro. Sono segnali di un Festival che, pur tra contraddizioni, continua a intercettare emozioni collettive.
La vera svolta arriva negli anni Ottanta. L’Italia è cambiata: la televisione commerciale cresce, il linguaggio mediatico si fa più rapido, spettacolare, competitivo. Sanremo deve reinventarsi per sopravvivere. Nel 1980 la vittoria di Toto Cutugno con Solo noi inaugura un decennio in cui la melodia italiana torna protagonista anche all’estero. Ma è soprattutto a metà degli anni Ottanta che il Festival ritrova centralità grazie a una nuova concezione televisiva.
La conduzione diventa elemento chiave. Pippo Baudo, figura centrale della storia sanremese, contribuisce in modo decisivo al rilancio della manifestazione. Con il suo stile rassicurante ma dinamico, Baudo restituisce al Festival autorevolezza e ritmo. Introduce novità regolamentari, valorizza i giovani, costruisce uno spettacolo più articolato. Nel 1984 nasce la categoria Nuove Proposte, destinata a diventare una fucina di talenti. È qui che emergeranno artisti come Eros Ramazzotti, vincitore tra i giovani nel 1984 con Terra promessa, brano che segna l’inizio di una carriera internazionale. Sanremo torna a essere trampolino di lancio, non solo celebrazione di carriere già affermate.
Nel 1987 trionfa Si può dare di più, interpretata da Gianni Morandi, Enrico Ruggeri e Umberto Tozzi: un inno collettivo che rispecchia l’ottimismo e la voglia di partecipazione del decennio. L’anno successivo è la volta di Massimo Ranieri con Perdere l’amore, brano che diventerà uno dei classici della musica italiana. La scenografia si fa più imponente, la regia più sofisticata, l’evento sempre più televisivo. Sanremo non è più solo una gara canora: è uno show complesso, con ospiti internazionali, momenti comici, polemiche studiate o impreviste. Il Festival diventa terreno di confronto tra tradizione e modernità, tra mercato e creatività.
Dalla sua nascita agli anni Ottanta, il Festival di Sanremo ha attraversato quasi 40 anni di storia italiana. Ha accompagnato la ricostruzione del dopoguerra, il boom economico, le tensioni sociali, la trasformazione mediatica del Paese. Ha lanciato carriere straordinarie, consacrato brani diventati patrimonio collettivo, vissuto momenti di crisi e di rinascita. Ha saputo adattarsi, cambiare pelle, sopravvivere alle critiche e alle trasformazioni del gusto musicale. Se negli anni Cinquanta rappresentava l’eleganza rassicurante di un’Italia che voleva dimenticare la guerra, negli anni Sessanta ha incarnato l’entusiasmo della modernità.
Negli anni Settanta ha attraversato smarrimenti e contraddizioni, mentre negli anni Ottanta è tornato a brillare grazie alla forza della televisione e alla capacità di rinnovarsi. Ma la sua storia è tutt’altro che conclusa. Anzi, è proprio dagli anni Novanta in poi che il Festival si trasforma in un fenomeno ancora più complesso: terreno di scontro generazionale, piattaforma per nuove identità musicali, evento mediatico capace di dominare l’agenda pubblica per un’intera settimana.
Quando l’Italia entra negli anni Novanta, anche il Festival di Sanremo cambia pelle. Il Paese vive la fine della Prima Repubblica, Tangentopoli, la trasformazione del sistema televisivo, l’avvento delle reti commerciali e di una nuova cultura mediatica più veloce, più competitiva, più frammentata. Sanremo, ancora una volta, non resta a guardare: si trasforma, cade, si rialza, si reinventa. E diventa, sempre più, uno specchio fedele delle inquietudini e delle aspirazioni nazionali.
All’inizio del decennio il Festival è ancora dominato dalla grande melodia italiana. Nel 1990 vince Toto Cutugno con Insieme: 1992, brano celebrativo dedicato all’Europa unita, che trionferà anche all’Eurovision Song Contest. È l’ultima eco di un’idea di canzone ‘classica’, costruita per durare nel tempo e parlare a un pubblico trasversale. Ma il mondo musicale sta cambiando rapidamente.
Il pop internazionale, l’hip hop, il rock alternativo e le nuove sonorità elettroniche influenzano anche l’Italia. Sanremo deve decidere se restare ancorato alla tradizione o aprirsi al nuovo. Nel 1994 accade qualcosa di simbolico: tra le ‘Nuove Proposte’ vince un giovane Andrea Bocelli con Il mare calmo della sera. È la dimostrazione che il Festival può ancora scoprire talenti destinati a una carriera globale.
L’anno successivo Giorgia conquista il pubblico con Come saprei, imponendo una vocalità moderna e potente. Nel 1997 è la volta dei Jalisse con Fiumi di parole, una vittoria sorprendente che testimonia come Sanremo possa ancora riservare colpi di scena. Il decennio è segnato anche da conduzioni iconiche. Pippo Baudo torna più volte al timone, ma emergono nuove figure. Nel 1999 Fabio Fazio introduce un tono più sobrio, quasi televisivamente ‘istituzionale’, anticipando un approccio che tornerà negli anni successivi. Il Festival cerca un equilibrio tra spettacolo e credibilità musicale. Eppure, verso la fine degli anni ’90, qualcosa s’incrina. Gli ascolti iniziano a calare. Il pubblico più giovane sembra distante. L’industria discografica entra in crisi, mentre internet muove i primi passi. Sanremo appare, per la prima volta, in affanno strutturale.
L’inizio del nuovo millennio è complicato. Il Festival fatica a intercettare le nuove generazioni cresciute con MTV, i talent show e la musica globale a portata di clic. Le edizioni dei primi anni Duemila alternano buoni risultati a momenti di evidente difficoltà. Nel 2001 la conduzione viene affidata a Raffaella Carrà, nel tentativo di rilanciare l’appeal popolare. Seguono edizioni sperimentali, cambi di regolamento, ritorni al passato. Il Festival sembra cercare continuamente una formula definitiva che non arriva mai. Il punto di svolta arriva nel 2009 con Paolo Bonolis. La sua edizione è vivace, ritmata, capace di mescolare ironia e musica. Vince Marco Carta, proveniente dal talent show Amici: un segnale chiarissimo che il sistema musicale è cambiato. I talent diventano serbatoi fondamentali per il Festival, che inizia a dialogare apertamente con quel mondo. Nel 2010 Antonella Clerici riporta al centro un Sanremo più familiare, rassicurante. Ma è negli anni immediatamente successivi che si consolida un’idea nuova: il Festival non deve inseguire la modernità, deve diventarne parte.
Dal 2013 Fazio torna alla conduzione con un’impostazione più curatoriale. Accanto a lui Luciana Littizzetto introduce una satira elegante e popolare. Il Festival si arricchisce di ospiti internazionali, momenti di riflessione sociale, omaggi culturali. Vince Marco Mengoni con L’essenziale, brano che rappresenta una generazione emotivamente più esposta e introspettiva. Sanremo recupera prestigio artistico. Tornano sul palco cantautori, band indie, nomi che fino a pochi anni prima avrebbero considerato la manifestazione distante dal proprio percorso. Nel 2015 trionfa Il Volo, nel 2016 gli Stadio, ma soprattutto si consolida un’idea di Festival come grande contenitore culturale nazionale.
La vera scossa arriva nel 2017 con la vittoria di Francesco Gabbani e la sua Occidentali’s Karma: un brano ironico, contemporaneo, costruito per dialogare con i social. La scimmia danzante sul palco diventa meme virale. È la prova definitiva che Sanremo ha imparato a vivere nell’ecosistema digitale.
Nel 2020 la direzione artistica passa ad Amadeus (nella foto). Pochi avrebbero immaginato che proprio sotto la sua guida il Festival avrebbe vissuto una delle stagioni più straordinarie della sua storia. La prima edizione ottiene ascolti solidi e vede il trionfo di Diodato con Fai rumore.
Ma è l’anno successivo, il 2021, a segnare uno spartiacque drammatico: il Festival si svolge in piena pandemia, senza pubblico in sala. Il Teatro Ariston è vuoto, surreale. Eppure, proprio in quell’edizione così anomala, vince un gruppo rock: i Måneskin (nella foto) con Zitti e buoni. È un evento storico. Non solo perché una band rock conquista Sanremo, ma perché pochi mesi dopo i Måneskin vincono l’Eurovision Song Contest e diventano un fenomeno internazionale. Sanremo torna a essere trampolino globale, come ai tempi di Domenico Modugno. Amadeus insiste su una linea chiara: largo ai giovani, alle contaminazioni, ai generi diversi. Rap, urban, indie, pop elettronico convivono sullo stesso palco. Il Festival non è più diviso tra ‘tradizione’ e ‘modernità’: è una fotografia fluida della musica italiana contemporanea.
Nel 2022 trionfa Mahmood insieme a Blanco con Brividi, brano che affronta il tema della fragilità emotiva maschile e delle relazioni senza etichette. È un successo generazionale. Nel 2023 vince Marco Mengoni con Due vite, confermando una maturità artistica costruita anche grazie al rapporto costante con il Festival. Gli ascolti tornano a livelli record. I social network diventano parte integrante dell’esperienza sanremese: commenti in tempo reale, meme, clip virali. Sanremo non è più solo un programma televisivo: è un evento crossmediale che occupa per una settimana l’intero spazio pubblico, dalle prime pagine dei giornali alle conversazioni su TikTok. Nel 2024 la kermesse vede trionfare Angelina Mango con La Noia, un brano che cattura l’attenzione di pubblico e critica e la consolida come una delle nuove voci più interessanti della scena italiana, confermando la tendenza delle giovani generazioni a influenzare il risultato finale. L’edizione successiva, nel 2025, segna il ritorno di Carlo Conti al timone della manifestazione, sia come conduttore sia come direttore artistico, dopo il ciclo di Amadeus: la 45ª edizione sotto la sua guida è vinta da Olly con Balorda Nostalgia, confermando la capacità del Festival di rinnovarsi pur restando fedele alle sue radici storiche. Per l’edizione del 2026 Carlo Conti è ancora alla conduzione, affiancato da ospiti e co‑presentatori di rilievo come Laura Pausini, e l’evento continua a catalizzare l’attenzione mediatica con grandi nomi della musica italiana e internazionale sul palco dell’Ariston.
Fin dalla sua nascita, il Festival è stato attraversato da polemiche. Ma negli ultimi anni il dibattito si è intensificato. Ogni edizione diventa terreno di confronto su temi sociali e politici: diritti civili, identità di genere, inclusione, linguaggio. Il palco dell’Ariston si trasforma spesso in spazio simbolico. Monologhi, performance, dichiarazioni suscitano applausi e critiche. È la conferma che Sanremo non è solo intrattenimento: è un luogo dove si misura la temperatura culturale del Paese. Eppure, al di là delle divisioni, il Festival mantiene una funzione unificante. Per cinque sere, milioni di italiani, di età e orientamenti diversi, condividono lo stesso racconto. Commentano le stesse canzoni, discutono le stesse classifiche, si emozionano per gli stessi momenti. Nel panorama odierno, dominato dalle piattaforme digitali e dall’ascolto individuale, Sanremo rappresenta un paradosso affascinante: è un evento collettivo in un’epoca di consumo solitario. Le canzoni presentate al Festival dominano le classifiche streaming per settimane. Molti brani diventano colonne sonore dell’anno. Gli artisti non vivono più Sanremo come un rischio, ma come un’opportunità strategica. La gara resta centrale, ma non è più l’unico obiettivo. Partecipare significa entrare in una narrazione condivisa, intercettare pubblici diversi, consolidare un’identità artistica. Sanremo ha saputo trasformarsi da semplice concorso canoro a piattaforma culturale integrata. È televisione, radio, streaming, social media. È tradizione e innovazione insieme.
Dopo oltre 70 anni di storia, il Festival di Sanremo continua a reinventarsi. Ogni generazione lo ha criticato, dichiarato superato, messo in discussione. E ogni volta il Festival ha trovato il modo di rispondere. Forse il segreto della sua longevità sta proprio nella capacità d’adattamento. Sanremo non è mai stato solo musica: è spettacolo, costume, dibattito, industria culturale. È un termometro emotivo del Paese. Dal Salone delle Feste del Casinò al Teatro Ariston iperconnesso, dalle orchestrine eleganti al rock internazionale dei Måneskin, dalle melodie romantiche al rap contemporaneo, il Festival ha attraversato epoche diversissime senza perdere la propria identità. Oggi più che mai, Sanremo resta un appuntamento capace di fermare il tempo per cinque sere. Un rituale che si rinnova, una tradizione che cambia forma, una storia collettiva che continua a scriversi anno dopo anno. Perché, in fondo, il Festival della Canzone Italiana non è soltanto una competizione musicale. È il racconto di un Paese che canta per capirsi, per dividersi, per ritrovarsi. Ed è proprio in questa tensione continua tra passato e futuro che risiede la sua straordinaria vitalità.